lunedì 29 maggio 2017

Memorial Day, racconto di una giornata ad onorare e ricordare



Nel raccontare questa giornata vorremmo partire dal ringraziamento, a nome di tutta l'Associazione LI Btg. Bersaglieri AUC "Montelungo 1943", alla Direzione del Sicily -Rome American Cemetery per l'invito ricevuto.

Il giorno della Memoria per tutti i caduti americani nelle varie guerre si è svolto nella suggestiva cornice del Sicily-Rome American Cemetery in una giornata assolata che anticipava l'estate ormai alle porte.

Cerimonia sobria, semplice, ma dai contenuti forti, che hanno ribadito il legame che unisce questi due popoli ormai da oltre settantatrè anni.

L'emozione correva subito, appena intonato l'Inno nazionale Italiano e Americano, per l'occasione cantato da un gruppo Gospel.

L'arrivo delle bandiere, accolto dal silenzio e dal solo colpo di tamburo dava inizio al discorso di apertura della nuova direttrice del Sicily-Rome American Cemetery, che confidava la sua emozione e la gratitudine che prova ogni giorno entrando nel luogo dove riposano tanti eroi. 

Bellissimo il discorso del comandante Italiano che ha ricordato i soldati Italiani che si sono uniti agli Americani nella guerra di Liberazione, in quello che fu per noi il Secondo Risorgimento e la rinascita dell'Esercito Italiano.

Ci ha colpito successivamente il discorso del vice comandante della 6a Flotta Americana, che dopo il saluto ad un reduce presente tra le autorità ha ricordato il sacrificio di alcuni fanti e marinai Americani tra le coste di Salerno e Anzio, citando i loro nomi e riportando l'attenzione ai soldati che riposavano intorno a noi, che in questo giorno ricordiamo e onoriamo, al loro sacrificio per donare alle generazioni future una nazione libera e senza dittature.

E sono stati proprio quei soldati, al termine della cerimonia, che siamo andati a trovare raccontando agli amici e associati che ci hanno seguito le loro gesta e che ora raccontiamo anche a Voi con le foto e con la storia.







Il nostro Labaro...



La nuova Direttrice del Cimitero Americano, durante il suo discorso.


L'arrivo delle Bandiere.

E poi loro...




Il Tenente Robert T. Waugh, 339° Reggimento di Fanteria, 85a Divisione di fanteria, eroe nella battaglia di Tremensuoli.
La citazione della Medaglia d'Onore racconta che Waugh, rischiando la vita, ha attaccato l'11 maggio 6 bunker tedeschi, iniziando a distruggerli uno ad uno con il lancio di granate al fosforo, uccidendo o catturando tutti gli occupanti. 
La successiva mattina del 14 lo vide di nuovo all'attacco delle restanti colline, presidiate dal nemico con casematte da cui sparavano mitragliatrici. Attaccò tutte le postazioni con lancio di granate ed uccise man mano i tedeschi che da queste uscivano. Il conteggio finale delle azioni di quei due giorni, fu di 6 bunker distrutti, 2 casematte distrutte, 30 tedeschi uccisi e 25 catturati.
Fu ucciso in seguito nei pressi di Itri mentre conduceva il suo plotone all'attacco. 






Ophelia A. Tiley, fu la prima graduata proveniente dall'Istituto Speriore Vasar Collage a partecipare al conflitto, il Vasar era il primo Istituto Speriore d'Istruzione per donne negli Stati Uniti.
Tiley completò gli studi alla Sorbona di Parigi nel 1939. Quando i Tedeschi invasero la Polonia lasciò gli studi e si unì agli amici americani di Francia.
Dopo la caduta di Parigi entrò nella zona occupata con la Croce Rossa e successivamente si trasferì in Nord Africa, come assistente per i bambini arabi. Veterana della guerra in Africa divenne assistente per la Croce Rossa verso i civili in Italia. Il 4 aprile sposò il colonnello John V. McCormack dell'Esercito britannico, stazionato ad Algeri. 
Nel 1942 fu mandata in Inghilterra per organizzare l'amministrazione del fondo per gli orfani per il quotidiano "Stars and Stripes" dell'esercito americano.
Morì il 25 marzo del 1944 nei pressi di Foggia a causa di un incidente aereo.










Un'altro eroe americano, Sylvester Antolak.
Per raccontare la sua medal of honor ci vengono in mente le parole di Audie L. Murphy, nel suo libro "To Hell And Back" (all'inferno e ritorno).
Murphy chiama Antolak "Lutsky"

"Rotoliamo sulla parete di un muro e ci troviamo nel raggio di due postazioni nemiche. Per il momento i krauti ci ignorano. Sono presi dal tentativo di dividere i due gruppi che ci hanno preceduto.
Un sergente (Lutsky) nel primo plotone capisce la situazione. Se i suoi uomini rimangono isolati saranno distrutti. Prende la decisione in fretta, chiama i suoi uomini e li incita a seguirlo, prende il mitragliatore e si dirige verso una delle postazioni nemiche a duecento metri di distanza.
Su un terreno piatto e senza copertura, il suo corpo è un bersaglio perfetto. Un colpo di fucile automatico lo colpisce, cade, si alza in piedi con una spalla sanguinante e riprende la carica. I colpi di mortaio e di cannone gli cadono intorno, ancora una volta cade.
Resto affascinato mentre lo guardo rialzarsi per la terza volta tra i traccianti del tiro nemico. I tedeschi gli gettano contro tutto quello che hanno. Cade a terra e quando si tira di nuovo in piedi, vediamo che il suo braccio destro è spezzato. Prende il mitragliatore sotto la sua ascella sinistra e continua a sparare correndo verso le postazioni.
Dieci tedeschi spaventati abbassano le armi e urlano "Kamerad".
Questo è tutto quello che vedo. Ma più tardi capisco che il sergente, ignorando i suoi uomini che gli imponevano di restare al coperto ed attendere le cure, ha ripreso ad attaccare le seconde postazioni.
Coperto di sangue, avanzava per sessanta metri prima di essere fermato da una concentrazione di fuoco nemico. Si girò, fece un paio di metri e cadde.
Ispirati dal valore del loro sergente e dalla sua follia, presi di rabbia i suoi uomini attaccarono e presero le postazioni e quanto tornarono indietro trovarono il loro sergente morto.
Questo è quello che fece "Lutsky", il sergente che ci ha dato una mano per conquistare la libertà."




Due fratelli, di origine Italiana, "Trapani". Stesso reggimento, stessa divisione di fanteria.
Arruolati insieme, hanno vissuto insieme l'addestramento e l'arrivo in Italia e sono caduti a pochi mesi di distanza.




Un soldato di cui non sapremo mai il nome, una croce buia, rispetto alle altre illuminate dal nome.






La giornata terminava con la vista del grande lago, dove l'acqua, simbolo di purificazione e di vita nuova spezzava la vista dell'immenso prato verde e del marmo bianco delle croci.

Cosa resta di questa giornata? tanto per chi si avvicina con l'animo di onorare e ricordare, tanto per colui che ha preso un libro di storia della seconda guerra mondiale e si è domandato cosa è avvento nella sua nazione; che si è chiesto "e dopo?"; e alimentato dalla curiosità è sceso sempre più in profondità arrivando fino a colui che anima ogni guerra, ogni battaglia, il soldato.

Resta anche l'amarezza nel vedere pochi giovani a queste manifestazioni, una mancanza tutta nostra, avendo avuto modo di vedere cosa accade in Francia ed in Inghilterra.

Resto sempre più convinto che il pericolo rappresentato dal Nazi-fascismo, la perdita della libertà, è sempre dietro l'angolo; ma oggi combatte un guerra più tattica, non incita le folle, non proclama la conquista del mondo; riduce l'uomo a schiavo e gli fa perdere la libertà perchè lo induce a non pensare, a "distrarsi" nel virtuale mentre gli cambia il reale.

Questa guerra non si vincerà con i giovani perchè alla fine non sapranno più cos'è la libertà ed il prezzo che si è pagato per averla e mantenerla.

Calpestavo il prato verde del cimitero americano e restavo in silenzio davanti a quelle croci. 

Sentivo che sotto quel manto soffice avevo una generazione di giovani che avevano cambiato il mondo in cui io sono cresciuto. 

Mi voltavo e non c'èra nessun giovane a cui dire "mantienilo, loro non torneranno più a darti una mano".

Tornai sui miei passi e decisi di fare tardi questa notte per lasciare a tutti voi la visione di questa giornata.

blogger





lunedì 22 maggio 2017

Per Onorare e Ricordare 
il sacrificio di tanti giovani Americani
venuti in Italia per liberarci dalle catene 
del Nazismo e del Fascismo.

Ass. LI Btg. Bersaglieri AUC "Montelungo 1943"

Noi ci saremo!





venerdì 28 aprile 2017

L'ultimo affronto al milite ignoto: dimenticato in una scatola, di Paolo Rumiz

Riportiamo un bellissimo articolo di Paolo Rumiz, amico del Cinquantunesimo e che aspettiamo per un viaggio sulla Winter Line.

Attenti: se trovate un Caduto, rimettetelo subito sotto terra. Riconsegnate il corpo alle stelle alpine, alle primule, alla pace ritrovata dei luoghi dove ha combattuto. Altrimenti, se ne denuncerete la presenza secondo le procedure di legge, lo farete finire in qualche sottoscala o in uno scaffale, ed egli diventerà numero, rapporto, carteggio, faldone, scartoffia, italica scocciatura. Sarà annichilito dagli ingranaggi di una macchina burocratica che ha dimenticato cosa sia la memoria e la riconoscenza per chi ha fatto il suo dovere.

È il destino del milite ignoto trovato nella primavera del 2015, a cent'anni esatti dall'inizio della Grande Guerra, sotto la Cima di Costabella in Dolomiti, tra la Marmolada e il Passo di San Pellegrino, dove Italiani e Austriaci si sono combattuti per due anni e mezzo in condizioni estreme. Ventidue mesi dopo il ritrovamento e trasferimento a valle, il cadavere è ancora lì, alla stazione dei Carabinieri di Moena, non si sa se in un sacco, una cassetta o una scatola, in attesa di un "Requiem" e di un camposanto dove riposare.

A Moena tutti hanno fatto il loro dovere. Il "recuperante", Livio Defrancesco, che ha trovato il corpo senza nome in fondo a un canalone dopo un violento temporale che aveva smosso le ghiaie sopra lo scheletro. Il magistrato che ha avviato la pratica. I Carabinieri, che hanno avvertito i loro superiori. La stampa locale e nazionale, che ha informato gli Italiani.

Non il ministero della Difesa, che attraverso l'apposito istituto interforze denominato "Onorcaduti", avrebbe dovuto occuparsi della sepoltura. Morale: i Cc di Moena vivono dal luglio del 2015 con in caserma un morto che nessuno vuole. Ci avranno fatto quasi l'abitudine, a quel mucchietto di femori, clavicole, costole e falangi, chiusi non si sa dove con probabile targhetta di cartone. Tutto questo a pochi chilometri dal cimitero militare di Santa Giuliana, a Vigo di Fassa, dove altri Caduti della Grande Guerra hanno trovato onorevole riposo, in una prateria con vista sui monti più belli del mondo.

E sì che, dal 2001, il comando di "Onorcaduti" è in mano a commissari scelti dall'arma dei Carabinieri, che alla tenenza di Moena avrebbero dovuto dare risposta immediata. Nell'ordine, i generali Bruno Scandone, Vittorio Barbato, Silvio Ghiselli e, ora, Rosario Aiosa, il quale si è trovato a fronteggiare le commemorazioni del centenario con mezzi inadeguati, in gran parte grazie all'aiuto volontario di associazioni combattentistiche e d'arma, a fronte di una situazione disastrosa, con ossari e cimiteri in pessime condizioni.

Se una civiltà si giudica dai suoi cimiteri, allora è possibile dire che con la nuova gestione sono finiti, anzi sepolti per sempre, i tempi in cui "Onorcaduti", nati nel 1919 con al comando nientemeno che il generale Armando Diaz, portarono a compimento la missione in posti come El Alamein e il fronte russo. Tempi in cui l'istituto fu trascinato dall'entusiasmo di figure mitiche, come i generali Umberto Ricagno e Ferruccio Brandi, o da superiori iper-attivi come Benito Gavazza, che nel 1990 avviò il rimpatrio dei Caduti sul fronte del Don.

Ma tu chi sei, alpino di Costabella? Sì, perché tu, soldato, morto certamente in azione sul canalone Ovest della montagna, col cranio spaccato da un masso a soli cinquanta metri dalle linee austriache, eri un alpino che andava all'assalto. Un alpino gigantesco per l'epoca, alto sul metro e ottantacinque. Lo dicono i tuoi femori. Dovevano conoscerti tutti, per la tua forza. Lo sappiamo con sicurezza in che compagnia stavi, perché su quel tratto di fronte c'eravate solo voi, ragazzi della 206.a, battaglione Val Cordevole, settimo reggimento.
Tu ignori, per fortuna, la miseria dei nostri tempi. Noi, invece, sappiamo qualcosa di te e dei tuoi compagni. Eravate tappi di un metro e sessanta di media, ma capaci di sopportare fatiche da bestie. Gente come Giacomo Dall'Osbel detto "Ross faghèr", faggio di pelo rosso, in grado di portare sulle spalle un quintale e mezzo in salita. O il vostro capitano, Arturo Andreoletti, immenso alpinista, che ebbe il fegato di mandare a quel paese il generale Peppino Garibaldi per gli ordini che dava, considerati suicidi.

Come l'assalto al Col di Lana, una vera tomba per gli Italiani. Sappiamo anche quando, presumibilmente, precipitasti in quel canalone: fu alla fine del tremendo inverno del 1916, in cui caddero, in Dolomiti, diciotto metri di neve. Sono tutte cose che Livio Defrancesco sa bene. È da bambino che batte le sue montagne e oggi, con i materiali che ha trovato, ha aperto in casa propria uno dei più bei musei della guerra alpina. Si definisce un miracolato, per essere sopravvissuto a tre esplosioni, tra cui il botto micidiale di una bombarda. "I tre jolly della mia vita li ho già giocati", commenta rudemente, come chi ha già visto cosa c'è oltre la linea d'ombra.

"Ero sotto la cima di Costabella a fare manutenzione dei sentieri - racconta - e ho visto delle scarpe chiodate, tipiche di quella guerra in montagna. Le ho prese in mano e ho sentito che dietro venivano i piedi, la gamba, il corpo. Le ossa erano perfette, grandi più del normale. Accanto al corpo, un arpione per far sicurezza ai compagni, una gavetta e una bomba a mano. Niente piastrina di riconoscimento. L'elmetto era spezzato. Era stato chiaramente portato via da una valanga o da una frana".
Chissà se, attraverso questa denuncia, riusciremo a sapere il tuo nome, soldato di Costabella. "Gli alpini della 206.a compagnia non erano poi tanti, ed erano sicuramente bellunesi - commenta Mariolina Cattaneo, coordinatrice della rivista "L'Alpino" a Milano - se poi si pensa alla statura inconsueta dell'uomo e alla memoria leggendaria di quegli scontri, forse qualche parente o studioso della Grande Guerra si farà vivo per sciogliere l'enigma".

E chissà, a quel punto, che non requiescat in pace.

Paolo Rumiz, brano tratto da Repubblica.it - 27 Aprile 2017

http://www.repubblica.it/cronaca/2017/04/27/news/l_ultimo_affronto_al_milite_ignoto_dimenticato_in_una_scatola-163981423/