venerdì 28 aprile 2017

L'ultimo affronto al milite ignoto: dimenticato in una scatola, di Paolo Rumiz

Riportiamo un bellissimo articolo di Paolo Rumiz, amico del Cinquantunesimo e che aspettiamo per un viaggio sulla Winter Line.

Attenti: se trovate un Caduto, rimettetelo subito sotto terra. Riconsegnate il corpo alle stelle alpine, alle primule, alla pace ritrovata dei luoghi dove ha combattuto. Altrimenti, se ne denuncerete la presenza secondo le procedure di legge, lo farete finire in qualche sottoscala o in uno scaffale, ed egli diventerà numero, rapporto, carteggio, faldone, scartoffia, italica scocciatura. Sarà annichilito dagli ingranaggi di una macchina burocratica che ha dimenticato cosa sia la memoria e la riconoscenza per chi ha fatto il suo dovere.

È il destino del milite ignoto trovato nella primavera del 2015, a cent'anni esatti dall'inizio della Grande Guerra, sotto la Cima di Costabella in Dolomiti, tra la Marmolada e il Passo di San Pellegrino, dove Italiani e Austriaci si sono combattuti per due anni e mezzo in condizioni estreme. Ventidue mesi dopo il ritrovamento e trasferimento a valle, il cadavere è ancora lì, alla stazione dei Carabinieri di Moena, non si sa se in un sacco, una cassetta o una scatola, in attesa di un "Requiem" e di un camposanto dove riposare.

A Moena tutti hanno fatto il loro dovere. Il "recuperante", Livio Defrancesco, che ha trovato il corpo senza nome in fondo a un canalone dopo un violento temporale che aveva smosso le ghiaie sopra lo scheletro. Il magistrato che ha avviato la pratica. I Carabinieri, che hanno avvertito i loro superiori. La stampa locale e nazionale, che ha informato gli Italiani.

Non il ministero della Difesa, che attraverso l'apposito istituto interforze denominato "Onorcaduti", avrebbe dovuto occuparsi della sepoltura. Morale: i Cc di Moena vivono dal luglio del 2015 con in caserma un morto che nessuno vuole. Ci avranno fatto quasi l'abitudine, a quel mucchietto di femori, clavicole, costole e falangi, chiusi non si sa dove con probabile targhetta di cartone. Tutto questo a pochi chilometri dal cimitero militare di Santa Giuliana, a Vigo di Fassa, dove altri Caduti della Grande Guerra hanno trovato onorevole riposo, in una prateria con vista sui monti più belli del mondo.

E sì che, dal 2001, il comando di "Onorcaduti" è in mano a commissari scelti dall'arma dei Carabinieri, che alla tenenza di Moena avrebbero dovuto dare risposta immediata. Nell'ordine, i generali Bruno Scandone, Vittorio Barbato, Silvio Ghiselli e, ora, Rosario Aiosa, il quale si è trovato a fronteggiare le commemorazioni del centenario con mezzi inadeguati, in gran parte grazie all'aiuto volontario di associazioni combattentistiche e d'arma, a fronte di una situazione disastrosa, con ossari e cimiteri in pessime condizioni.

Se una civiltà si giudica dai suoi cimiteri, allora è possibile dire che con la nuova gestione sono finiti, anzi sepolti per sempre, i tempi in cui "Onorcaduti", nati nel 1919 con al comando nientemeno che il generale Armando Diaz, portarono a compimento la missione in posti come El Alamein e il fronte russo. Tempi in cui l'istituto fu trascinato dall'entusiasmo di figure mitiche, come i generali Umberto Ricagno e Ferruccio Brandi, o da superiori iper-attivi come Benito Gavazza, che nel 1990 avviò il rimpatrio dei Caduti sul fronte del Don.

Ma tu chi sei, alpino di Costabella? Sì, perché tu, soldato, morto certamente in azione sul canalone Ovest della montagna, col cranio spaccato da un masso a soli cinquanta metri dalle linee austriache, eri un alpino che andava all'assalto. Un alpino gigantesco per l'epoca, alto sul metro e ottantacinque. Lo dicono i tuoi femori. Dovevano conoscerti tutti, per la tua forza. Lo sappiamo con sicurezza in che compagnia stavi, perché su quel tratto di fronte c'eravate solo voi, ragazzi della 206.a, battaglione Val Cordevole, settimo reggimento.
Tu ignori, per fortuna, la miseria dei nostri tempi. Noi, invece, sappiamo qualcosa di te e dei tuoi compagni. Eravate tappi di un metro e sessanta di media, ma capaci di sopportare fatiche da bestie. Gente come Giacomo Dall'Osbel detto "Ross faghèr", faggio di pelo rosso, in grado di portare sulle spalle un quintale e mezzo in salita. O il vostro capitano, Arturo Andreoletti, immenso alpinista, che ebbe il fegato di mandare a quel paese il generale Peppino Garibaldi per gli ordini che dava, considerati suicidi.

Come l'assalto al Col di Lana, una vera tomba per gli Italiani. Sappiamo anche quando, presumibilmente, precipitasti in quel canalone: fu alla fine del tremendo inverno del 1916, in cui caddero, in Dolomiti, diciotto metri di neve. Sono tutte cose che Livio Defrancesco sa bene. È da bambino che batte le sue montagne e oggi, con i materiali che ha trovato, ha aperto in casa propria uno dei più bei musei della guerra alpina. Si definisce un miracolato, per essere sopravvissuto a tre esplosioni, tra cui il botto micidiale di una bombarda. "I tre jolly della mia vita li ho già giocati", commenta rudemente, come chi ha già visto cosa c'è oltre la linea d'ombra.

"Ero sotto la cima di Costabella a fare manutenzione dei sentieri - racconta - e ho visto delle scarpe chiodate, tipiche di quella guerra in montagna. Le ho prese in mano e ho sentito che dietro venivano i piedi, la gamba, il corpo. Le ossa erano perfette, grandi più del normale. Accanto al corpo, un arpione per far sicurezza ai compagni, una gavetta e una bomba a mano. Niente piastrina di riconoscimento. L'elmetto era spezzato. Era stato chiaramente portato via da una valanga o da una frana".
Chissà se, attraverso questa denuncia, riusciremo a sapere il tuo nome, soldato di Costabella. "Gli alpini della 206.a compagnia non erano poi tanti, ed erano sicuramente bellunesi - commenta Mariolina Cattaneo, coordinatrice della rivista "L'Alpino" a Milano - se poi si pensa alla statura inconsueta dell'uomo e alla memoria leggendaria di quegli scontri, forse qualche parente o studioso della Grande Guerra si farà vivo per sciogliere l'enigma".

E chissà, a quel punto, che non requiescat in pace.

Paolo Rumiz, brano tratto da Repubblica.it - 27 Aprile 2017

http://www.repubblica.it/cronaca/2017/04/27/news/l_ultimo_affronto_al_milite_ignoto_dimenticato_in_una_scatola-163981423/



lunedì 13 marzo 2017

Quel lungo viaggio per la Liberazione d'Italia 3

Come anticipato qualche giorno fa, iniziamo oggi a percorrere il viaggio di un soldato Italiano, dalla chiamata alle armi all'8 settembre per poi proseguire nella guerra di liberazione.
Aggiorneremo sempre questo Post, per dare modo ai lettori di seguire  tutta la storia e tutta la strada percorsa.
Utilizzeremo, dove possibile, immagini di Google, unendole ad immagini storiche, mentre alla fine del Post aggiorneremo una cartina dell'Italia, segnando, di volta in volta, il tragitto.
Bene, si parte...


Come tutti i ragazzi in età per la chiamata alle armi, alle fine di gennaio del 1943 arrivò la cartolina ad Ernani Costantini; il ragazzo si trovava nella sua casa natale a Venezia ed aveva da poco terminato gli studi.
La prima destinazione fu il distretto militare di Mestre, in via Alessandro Poerio,  oggi utilizzato per altre attività.


Al distretto militare di Mestre apprese di essere stato assegnato al I° Granatieri di Roma, sito in viale Giulio Cesare. Una grande struttura, ancora oggi, in parte, utilizzata dall'esercito Italiano.
Il primo febbraio 1943 il treno iniziò il suo viaggio per Roma.


Da Roma, dopo i primi 20 giorni di addestramento, il primo ordine di trasferimento; una caserma appena ultimata a Forlì.



I giorni successivi l'arrivo a Forlì videro il nostro soldato impegnato nell'addestramento presso il 17° battaglione AUC Granatieri, la vita era quella della caserma.
15 marzo: in caserma
  2 aprile: in giro per Forlì
20 aprile: uscita in marcia e visita a Predappio



16 maggio 1943: in caserma
23 maggio 1943: in caserma
25 maggio 1943: in caserma il cibo viene razionato
27 maggio 1943: in caserma
12 giugno  1943: esercitazione tiri artiglieria
15 giugno  1943: in caserma





(non conosciamo la data di stampa delle cartoline)

Superata la prima fase addestrativa, in caserma, per il nostro soldato iniziava il periodo delle esercitazioni e dei campi in esterno.
Uno dei luoghi più frequentati fu Bagno di Romagna.

di questo periodo sono le seguenti tappe:

11 luglio 1943 Bagno di Romagna
16 luglio 1943 Bagno di Romagna
20 luglio 1943 Bagno di Romagna

Era un posto immerso nella natura e nel verde, dove alle esercitazioni militari si univa la contemplazione di scenari naturali incontaminati.


finita questa parte di addestramento al combattimento il reparto fu inviato a Gioia del Colle in Puglia.
La loro base operativa era un liceo classico nel centro del paese, il Publio Virgilio Marone, in via Leonardo da Vinci. Alloggiarono nell'aula della IIIa B


fu in quest'istituto che il 9 settembre del 1943 arrivarono i tedeschi ed imposero a tutti i soldati di deporre le armi e gettarle, tutte insieme, nel centro del cortile sito all'interno di quest'istituto.
Per i giovani soldati italiani era un'onta, un oltraggio alla bandiera, alla nazione, alla loro divisa. Uscirono dall'istituto a piedi, aprendo il cancello e ritrovandosi da soli, per poi nascondersi in un seminterrato di una casa, luogo suggerito dal parroco per la paura di rappresaglie su di loro, da questo momento la loro vita è vissuta nei sotterranei, stando attenti a non essere scoperti e nella continua e incessante ricerca di cibo, che arrivava ogni giorno verso le 12 dalle mani caritatevoli dei parrocchiani; una zuppa di ceci.

Era il 15 settembre del 1943, vi restarono fino al 30 settembre, il giorno in cui i tedeschi lasciarono il paese.

Il giorno dopo, nel primo pomeriggio, sui muri del paese apparivano dei manifesti che richiamavano tutti gli allievi ufficiali a presentarsi nelle loro rispettive basi operative; l'aula della IIIa B del liceo Publio Vigilio Marone ...



Vi restarono fino ai primi giorni di Ottobre, quando un camion militare italiano li venne a prendere con destinazione Bari.
Una grande caserma nel centro del paese.


Vi restarono fino al 7 Ottobre, quando i nostri soldati si mossero in direzione Sud, verso Oria.
I racconti di questi giorni sono spensierati e pieni di piaceri ma anche di dubbi e incertezze sulle scelte che dovranno essere fatte.
Le memorie esprimono con viva e cristallina bellezza la vita di ragazzi che dovevano in pochi giorni decidere il loro futuro; e in molti si arruolarono al grido di Viva l'Italia!
Furono alloggiati in un grande capannone poco fuori Oria. Per ritrovarlo è bastato chiamare il comando dei vigili di Oria e trovare persone cordialissime e disponibilissime ad ascoltare le mie richieste particolari.. ed ecco il luogo.

12 Ottobre 1943: Oria
18 Ottobre 1943: Oria
26 Ottobre 1943: Oria






In questo capannone, probabilmente, tutti i resti dei reparti confluiti vennero uniti sotto la sigla di un nuovo reparto: Raggruppamento AUC Curtadone e Montanara, l'idea del Secondo Risorgimento Italiano prendeva piede tra quelle finestre prendendo spunto da passato.
Di quei giorni, alcuni particolari sono così vivi e belli che abbiamo voluto ricercare i luoghi dove avvennero, sempre con l'aiuto del comando locale di Vigili, che ancora ringraziamo.

E quindi di seguito le immagini dell'unico cinema dove si riunivano in quei giorni durante la libera uscita.



ma anche l'osteria dove fecero il primo incontro con il  vino di manduria, oggi il locale si chiama "Trattoria e pizzeria Corrado"





Sempre di questi giorni è la visita ripetuta ad un frantoio ed una piccola azienda di confezionamento di fichi secchi, che non siamo riusciti ad identificare con precisione, dove con i pochi soldi a disposizione si acquistavano olive e fichi per integrare il rancio povero di quei giorni di carestia.
L'addestramento ed i tiri venivano comunque sempre fatti presso un poligono, ancora attivo oggi il contrada S. Cosimo alla Macchia.


22 Novembre 1943 presso il capannone di Oria 

Ai soldati viene comunicato di essere stati aggregati al 67° Rgt. Fanteria della Divisione Legnano.





3 Dicembre 1943 presso il capannone di Oria ai soldati viene comunicato di appartenere al 1° Raggruppamento Motorizzato e viene fissata la partenza per il giorno successivo.


Il giorno 6 Dicembre erano a Dugenta, nei pressi di un castello diroccato, dopo esser passati per Sant'Agata dei Goti, sede del comando del I° Raggruppamento Motorizzato.
Nel tragitto ebbero per la prima volta le razioni K americane.







A Dugenta, nei pressi del castello, compresero di essere stati aggregati alla 5A Armata Americana.






il giorno successivo sarebbero partiti tutti insieme con destinazione
Montelungo. La notte del 7 si accamparono un una zona nei pressi di Mignano Montelungo, dalla foto sulla sinistra un fusto di benzina militare riutilizzato indica che il punto è corretto..






La mattina dell'8 dicembre del 1943 si mossero all'attacco di Montelungo....





















giovedì 9 marzo 2017

Hans e Sophie Scholl, "la rosa bianca"

Pochi giorni fa, ricorreva un anniversario, un piccolo anniversario, di quelli che a volte passano inosservati, forse nelle zone limitrofe agli accadimenti. 
Quando lessi per la prima volta la storia mi lasciò una grande meraviglia ed un senso di ammirazione per questi ragazzi.
Per questo, anche se a distanza di alcuni giorni, voglio raccontarvi la loro storia.
Che cosa ha fatto Sophia Magdalena Sholl? è stata semplicemente un'eroina della resistenza anti nazista in Germania, avete capito bene, in Germania!
Cosa ci può essere di più coraggioso che cercare dall'interno di illuminare il proprio popolo e la propria nazione dal delirio imperante del nazismo e cercare di svegliarlo dalla distruzione a cui stava andando inconsapevole? 
Sophia sentiva dentro di se questo bisogno e questo fu il veicolo delle sue azioni.
Quarta di sei figli, aveva un carattere schivo, ma era stata educata all'amore per la Patria dal padre, sindaco del paese e liberale convinto.
La frequentazione della gioventù Hitleriana all'età di 12 anni gli fece comprendere l'assurdità di quella dottrina tanto da farla confluire nella "Die Deutsche Jungenschaft" un gruppo giovanile vietato dal regime che aveva avuto la nascita dalle idee di Eberhard Kobel.
Il proseguimento degli studi classici e la dottrina della chiesa furono le basi della formazione di Sophie; 
per Lei la fede cristiana doveva essere liberata da ogni commistione col potere politico.
Fu di questo periodo la triste esperienza dell'arresto del fratello maggiore, Hans, per le sue idee anti naziste e per la militanza nella Deutsche Jungenschaft, la sua famiglia ormai era segnata. 
Questa esperienza fu per lei uno stimolo ad un impegno sempre più attivo contro la dittatura, all'azione diretta ed alla divulgazione delle sue idee ad un pubblico più vasto.
Questa ricerca dell'azione la portò ad entrare nel Quickborn (sorgente di vita), un giovane movimento cattolico guidato dal sacerdote Romano Guardini, che predicava Cristo come la sola guida della gioventù.
Il 1940 vide Sophie prima come maestra d'asilo e poi costretta a fare l'ausiliaria in un istituto statale.
Il 1941 fu l'anno dell'incontro con Carl Muth e Theodor Haecker, due intellettuali cattolici anti-nazisti, futuri membri del gruppo Rosa Bianca, al quale aderì anche Sophie nell'estate del 1942, dopo essersi iscritta all'università di Monaco, alla facoltà di Filosofia dove c'era anche il fratello.

Di questo periodo è la sua frase:

« Vi è forse, chiedo a te che sei cristiano, in questa lotta per mantenere i tuoi beni più preziosi, una possibilità di esitare, di rimandare la decisione in attesa che altri prendano le armi per difenderti? »

Il 18 febbraio Sophie esce allo scoperto e distribuisce volantini nell'Università di Monaco, fino a farsi arrestare insieme al fratello.
Per quattro giorni furono torturati dalla Gestapo, riconosciuti colpevoli di alto tradimento e processati insieme all'amico Christoph Probst arrestato successivamente.
Non fecero i nomi del resto del gruppo della Rosa Bianca, presero sulle loro spalle tutta la responsabilità e la pena che gli sarebbe stata data.
Il 22 febbraio del 1943, in un processo farsa indetto dal regime nazista, con a capo il giudice Roland Freisler, furono condannati e condotti alla prigione Stadelheim.
Furono ghigliottinati tutti e tre lo stesso giorni nel cortile della stessa prigione.

Nel volantino c'era scritto:

"Ma cosa fa il popolo tedesco? Non vede e non ascolta. Segue ciecamente i suoi seduttori verso la rovina. "Vittoria ad ogni costo!", hanno scritto sulla loro bandiera. "Lotterò sino all'ultimo uomo" dice Hitler, ma intanto la guerra è già persa. Tedeschi! Volete, voi e i vostri figli, subire lo stesso destino toccato agli ebrei? ..... Dobbiamo essere per sempre un popolo odiato e allontanato da tutto il mondo? No. Perciò dividetevi dalla subumanità nazionalsocialista... La parte migliore del popolo lotta con noi. Strappate il velo di indifferenza nel quale avete avvolto il vostro cuore. Decidetevi, prima che sia troppo tardi!"

Nel volantino tutto il loro coraggio, il popolo Tedesco dovrà meditare a lungo su questi giovani eroi e loro memoria non dovrà essere mai dimenticata.

Fonte dati:
Maria Pia Bernicchia - La Porta della Memoria
Paolo Ghezzi - La Rosa Bianca non vi darà pace
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