Postiamo la lettera di Paolo Caccia Dominioni.
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martedì 24 ottobre 2017
24 ottobre 1942 EL ALAMEIN
Il 24 ottobre del 1942 iniziava la battaglia di El Alamein.
Postiamo la lettera di Paolo Caccia Dominioni.
Postiamo la lettera di Paolo Caccia Dominioni.
lunedì 25 settembre 2017
Paul Riedel,l'ufficiale tedesco sepolto in un cimitero civile
Ho pensato di raccontarvi questa
storia, di cui sono venuto a conoscenza grazie al mio amico Stefano, una sera durante il viaggio sul pullman verso Perugia, quando al tramonto, tra le dolci colline di
nuovo verdi dopo un estate torrida ed i colori rosa, viola, rosso e blù del
tramonto vedevo le linee dei monti scure
al contrasto con il sole calante ed ho ripensato a monte Tezio, che segna il
territorio di Perugia sul versante nord.
E’ questa una terra meravigliosa,
dolce, dai profumi inconfondibili e dalla gente cordiale e ospitale.
La sua campagna oltre ad essere
disseminata di cipressi; sottili pennellate nello sfondo di un cielo azzurro,
che segnano strade, cancelli e angoli di fede è ricca di manufatti medievali;
torri, castelli e borghi a volte piccolissimi, dove il tempo scorre lento,
nonostante tutto quello che vi accade intorno.
E in uno di questi piccoli
borghi, sotto il monte Tezio, nei pressi di Perugia, che si svolge la storia che vi racconto.
Migiana,
frazione del comune di Corciano, popolata oggi da 200 anime, con il suo
castello medievale, Castel Procoio e le sue poche case, tutte unite intorno
alla chiesa.
In questo piccolo paese, nel
giugno del 1944, giunsero dei soldati tedeschi in ritirata; si stabilirono e
rimasero li fin tanto che il fronte non li raggiunse.
La storia è quella di un ragazzo
di 25 anni, un soldato tedesco, un ufficiale, un uomo sensibile e buono che il
corso degli eventi della vita lo videro indossare una divisa con l’aquila e la
croce uncinata e combattere una guerra che il suo animo buono non riuscì
a sopportare.
Paul Riedel nasce a Monaco di
Baviera il 20 Agosto 1919 si arruola e parte per l’Italia nella ricostituita divisione
“Hoch um Deutschmeister”, distrutta a Stalingrado.
Paul fu presente sulle colline di
Terelle, durante i duri combattimenti nella prima battaglia di Cassino e vi
rimase fino alla definitiva ritirata del 17 maggio 1944.
Il suo reparto fu aggregato alle
truppe che dovevano rallentare l’avanza del nemico, le Sicherungsgruppe, gruppi
di sicurezza, che con abili azioni riuscirono a rallentare l’avanza degli
alleati nel settore del fronte che va dalla linea Gustav alla linea Gotica.
Il 19 giugno del 1944, con la
liberazione di Perugia da parte dell’8° armata Britannica il gruppo di soldati
comandati dal Ten. Paul Riedel, si attestarono a pochi chilometri di distanza, sulle
pendici del monte Tezio, nel paese di Migiana, con lo scopo di garantire la ritirata
delle truppe germaniche e procedere con l’attività di rallentamento delle
truppe nemiche in avanzata.
Rimasero a Migiana per circa 10
giorni, nei quali il Ten. Riedel si fece ben volere da tutta la popolazione,
allacciando un dialogo continuo con il parroco del paese, Don Erminio Mignini
che divenne suo amico e confessore.
La popolazione rimase colpita da
questo ragazzo di 25 anni, che nella sua divisa da ufficiale tedesco si
comportava con un umanità e comprensione verso le difficoltà in cui versava la
popolazione umbra di quel piccolo centro.
Paul ordinò ai suoi uomini di
comportarsi con educazione e rispetto, lasciò liberi i cittadini di muoversi
per le campagne ed i paesi.
Accortosi che la fame dilagava
tra le donne i vecchi ed i bambini, fece dividere equamente le scorte che
avevano. Il 25 giugno, fece macellare e dividere a tutta la popolazione un
vitello ferito da una granata, come fece dividere anche le scorte di cibo
trovate nella curia.
Nei giorni successivi intervenne
punendo i suoi uomini che volevano fucilare un vecchio contadino per aver fatto
fuggire il suo asino, cosa non vera, dato che l’animale era fuggito dalla
stalla per effetto dei bombardamenti.
Irruppe in un casolare dove dei
soldati avevano strappato la neonata dalle mani di una giovane mamma, forse
con l’intento di violentare quest’ultima, ordinò ai soldati di uscire
intimandoli di riferire tutto alla corte marziale e tornò nei giorni successivi
in quella casa solo per tenere in braccio la piccolina e tranquillizzare la
giovane mamma e la famiglia di lei.
Tutti questi fatti legarono la
popolazione di Migiana al giovane ufficiale Tedesco, che vedevano passeggiare
da solo per il paese con il suo diario, intento a scrivere poesie e descrivere
il panorama bellissimo di un Italia ferita dalla guerra ma che amava sempre di
più.
Alla fine di ogni sua passeggiata
c’erano i dialoghi con il parroco al quale confessava il suo disagio nel vedere
quanta sofferenza il suo popolo stava infliggendo all’Italia, che stava amando
ogni giorno di più.
La sofferenza di quella sua
personale condizione umana divenne un fardello troppo pesante quando le voci
delle stragi naziste e delle rappresaglie delle truppe in ritirata divennero
sempre più frequenti. Nulla poteva fare davanti a tanta cattiveria, salvo
addolorarsi nell’animo e sperare che tutto finisse nel più breve tempo
possibile.
E arrivò il 29 giugno del 1944…
(tratto da Marinella Saiella -
"…ricordando la madre lontana…" Storia di un nemico diverso pag
35-36) :
“Le cose a un certo punto precipitarono: era la fine di giugno e gli
alleati nel loro lento procedere da Perugia verso nord, erano ormai arrivati
nei pressi di Migiana, pur con le difficoltà legate alle strade strette,
polverose, in gran parte inagibili...Giunsero alla Forcella, dove c‟è il bivio
che porta al paese e allora le bombe, i colpi di cannone e mitragliatrice si
fecero sempre più vicini. Era il 29 giugno e i miei sentirono un gran vocio, un
rumore di passi pesanti ed urla frenetiche: i soldati litigavano fra loro
e si rivolgevano con rabbia al loro comandante...In poco tempo rifecero gli
zaini ed uscirono dalle case, dove rimase solo Paul che indicò agli abitanti
della fattoria un rifugio sicuro dalla tempesta di fuoco che si stava
sviluppando, una grotta scavata lungo le pendici del Tezio, che era stata già
utilizzata con questo scopo. Andammo tutti lì e da quella posizione
sopraelevata rispetto alla fattoria i rifugiati videro il tenente che, vestito
di bianco, si muoveva nella zona del cortile, diventando un perfetto bersaglio
per il fuoco nemico.
Infatti, quando si fermò la battaglia, alla sera, noi tornammo giù e lo
trovammo riverso sotto un albero ( denominato l'albero del tedesco), coperto di
sangue. Tutti lo circondarono, muti. Mia madre andò a prendere un lenzuolo per
coprirlo: un atto di pietà riverente, che continuò nei giorni successivi, fino
al funerale....”
“Si svestì della divisa e mise un completo chiaro, pantaloncini e
maglietta, e con quelli si mise in una posizione favorevole per essere colpito
da lontano....Voleva morire, evidentemente!”
Il suo diario fu trovato sotto il suo
corpo, ancora aperto, forse era la sua unica arma...
L’affetto dei popolani fu ancora
più forte quando seppero dal Parroco, Don Erminio Mignini, che Riedel aveva chiesto al sacerdote di essere seppellito in quel paesino,
nel caso fosse stato ucciso in battaglia, perché innamorato di quei luoghi e
dell’Italia.
E questo fecero i popolani con tutto l’amore di cui furono capaci cercando di ripagare tutto l'affetto che lui ebbe per loro. Affetto che dura ancora oggi, dato che Paul Riedel è l'unico ancora presente nel vecchio cimitero di Migiana.
Offrirono tutti insieme una tomba
per il giovane ufficiale nel cimitero, che rimase lì anche alla fine della
guerra, quando la famiglia, in rispetto dei suoi ultimi voleri, decise di non
riportarlo a casa ma di lasciarlo dove lui voleva, dedicandogli questa frase
che si trova ancora oggi sulla sua piccola tomba in un cimitero quasi
completamente vuoto ormai.
“Pace all’anima del L.T. Paul Riedel che per l’adempimento del dovere,
combattendo in Italia e ammirando le sue bellezze, nella luce della Fede
cattolica, desiderò che anche la sua tomba fosse in suolo italiano, pur
ricordando la madre lontana”.
In un Blog nato per raccontare la
storia di coloro che hanno combattuto la guerra di liberazione contro l’occupazione
nazifascita il racconto della storia di Paul Riedel ci unisce ai vinti, in quell’abbraccio
ideale che i nostri reduci, qualche anno fa, hanno voluto dare con la presenza al
cimitero Tedesco di Caira. Dal loro insegnamento di quel giorno nasce la voglia
di ricordare quei soldati che posti dall'altra parte della trincea hanno
sofferto per le umane vicende dei più deboli in guerra.
Che suoni il silenzio in onore del Ten. Paul Riedel.
Foto: Stefano Piantoni
Foto: Stefano Piantoni
Cima di Monte Tezio
Soldati della "Hoch um Deutschmeister" a Terelle
mercoledì 13 settembre 2017
13 Settembre 1943, due ragazzi del Ciquantunesimo...
Il 13 settembre 1943 una pattuglia della 3^ Compagnia moto
del LI Btg. AUC si scontrò con un piccolo reparto tedesco intento a
saccheggiare un deposito italiano a Trani.
Una scaramuccia come tante in una guerra e senza gravi conseguenze, che noi ricordiamo per due fatti: il primo
che i tedeschi, abituati a spadroneggiare e trovare (quando li trovavano..)
soldati italiani demoralizzati e pronti ad arrendersi alla sola loro
vista, ebbero la sgradita sorpresa di trovarne
di diversa indole e dovettero fuggire prontamente; il secondo che il
Battaglione ebbe i suoi primi due feriti in combattimento. Uno di questi due
era Leone Orioli, che da quel giorno celebrò quella data, insieme al suo
fraterno amico Gianni Recchi che quel giorno ci era nato, come sua seconda data
di nascita e si scambieranno gli auguri reciproci per una intera vita, sino al
2008 quando Leone precedette di pochi mesi Gianni nel Raduno in cielo dei
Ragazzi del Cinquantunesimo.
Questo brano è tratto dal libro "Montelungo. Il
riscatto. Storia del LI Battaglione Bersaglieri. febbraio 43- maggio 1945"
di Leone Orioli, Editore Bonanno.
Paolo Farinosi
13 settembre 1943 - In
pochi giorni intanto era stata rapidamente allestita, a nord di Bari, una
robusta linea difensiva, protetta da sole due palizzate: una sola apertura
mobile, posta sulla litoranea, consentiva, volta a volta, l’ingresso agli
automezzi militari o, comunque, a quelli regolarmente autorizzati. La mattina
del 13 settembre 1943, dal Comando Divisione Costiera di Bari, giunse con una
piccola autovettura un capitano di artiglieria, inviato in missione speciale
per accertare, con la miglio- re precisione possibile, la posizione e la
consistenza dei reparti tedeschi, a nord della zona fino a quel momento tenuta
sotto il controllo volante delle nostre pattuglie Questo ufficiale chiese di
essere scortato e protetto da una pat- tuglia di bersaglieri. La nostra
squadra, designata pattuglia di scorta per quella missione, partì quella
mattina alla volta di Trani, bella cittadina, toccata altre volte in precedenza
dalle nostre pattuglie, ultimo confine ritenuto ancora accessibile. Si sapeva
infatti che nella vicina Barletta si era
insediato un forte distaccamento tedesco, che aveva disarmato il presidio
militare italiano. Il comando della pattuglia era stato affidato al tenente
Nai, al quale era stato affiancato il sergente Riccardi. Il bravo, attivo
sergente Giuseppe Riccardi, era ben conosciuto da tutti gli allievi della terza
Compagnia, per le sue doti di ottimo sottufficiale, per un suo caratteristico
comportamento, per il suo curioso modo di parlare. Era figlio di italiani
all’estero, vissuto per anni in Francia, aveva qualche difficoltà ad esprimersi
in lingua italiana corretta. Intendiamoci, si faceva intendere benissimo, ma
certe sue espressioni colorite erano divertenti. “Stringi i polpi pappagallo”,
era il suo incitamento in campo sportivo, quando intendeva spronare gli allievi
a tendere i muscoli con maggiore intensità. Di forte fibra fisica, aveva il
busto piuttosto lungo e le gambe visibilmente corte. Per questo suo aspetto e
struttura, che condizionava un poco anche il suo modo di correre, quel burlone
di Gianni lo aveva fotografato con immediatezza e soprannominato “Paperino”, e
Paperino era diventato per tutti noi. La pattuglia giunse in mattinata a Trani.
In quella cittadina era di stanza un reggimento del Genio, con effettivi di
circa duemila soldati. La vita scorreva tranquilla in quella bella, ampia
caserma. Sistemammo le motociclette e l’autovettura dell’ufficiale in missione
nel cortile dell’edificio. Annoto che il tenente Nai, come ha fatto in altre
occasioni, mi affida in custodia le chiavi dell’accensione della sua monoposto.
Nelle moto di noi bersaglieri non c’è bisogno di chiavi per l’accensione del
motore. Accolti cordialmente dagli ufficiali e dal comandante del reggi- mento,
prendemmo posto nel locale messo a disposizione, facendo subito amicizia con
quei soldati. La pattuglia aveva svolto il suo compito di scorta e protezione
per l’andata: ora si doveva attendere che l’ufficiale portasse a termine la sua
indagine, pronti ad accogliere ed eseguire le sue disposizioni, per poi
scortarne il ritorno a Bari. Eravamo dunque in fase di attesa, si cercò quindi
di passare il tempo nel modo migliore. Io avevo intanto notato che i magazzini
della caserma erano ben forniti di materiale; a me interessava il magazzino
delle scarpe, particolarmente degli scarponi, perché i miei avevano le suole
che, a ogni passo, si aprivano come le fauci di un coccodrillo, rendendo
naturalmente difficoltosa la camminata. Il mio capitano non aveva potuto
darmene un nuovo paio, non avendo scorte a disposizione. Feci subito richiesta
all’ufficiale addetto, e poi anche al comandante del reggimento, per avere un
paio di scarponi nuovi, visto come erano ridotti i miei. Mi fu risposto,
nonostante avessi insistito nella mia richiesta anche con richiami alla
particolare emergenza del momento, che per le rigide norme militari vigenti al
riguardo, non potevo essere accontentato: io non facevo parte dell’organico del
reggimento. Siamo dunque in attesa nella caserma del Genio. Giunge d’improvviso
di corsa un soldato che urla. “I tedeschi! Portano via gli automezzi dal nostro
deposito”. Saltiamo tutti d’impulso sulle motociclette e rapidissimi ci avviamo
sulla strada diretti al vicino edificio che ci viene indicato come deposito
degli automezzi. Siamo in colonna. Davanti a tutti il sergente Riccardi, io
subito dietro e poi in ordine tutta la pattuglia, Gianni, Mario, Giorgio,
Edoardo e gli altri. Nella furia del momento non ho pensato di rendere al
tenente Nai le chiavi della sua moto. Non è stato quindi in grado di seguirci
ed esprimerà poi il suo vivo disappunto, con un aspro rimprovero a me,
colpevole di averlo costretto all’inattività. Rimprovero duro, ma subito attenuato
dalla disposizione benevola dell’ufficiale e per la chiara evidenza della mia
involontaria omissione. La pattuglia si avvicina, notiamo subito, anche da
lontano, un automezzo già sulla strada, appena fuori dal cancello del deposito:
i tedeschi vi stanno armeggiando sopra. Appena vedono sopraggiungere in moto la
pattuglia, abbandonano il camion e, rapidissimi, si raccolgono sulla loro
camionetta posta sul davanti dell’auto- mezzo appena requisito. Con le armi in
pugno i tedeschi, visibilmente tesi e preoccupati (li vedo chiaramente, siamo
ormai molto vicini), attendono una nostra mossa. Hanno evidentemente
riconosciuto i bersaglieri di Bari, e sanno che possono essere pericolosi.
Hanno ragione siamo incoscienti, decisi, quindi pericolosi! Riccardi, davanti a
me, a venti/trenta metri dai tedeschi, ferma la moto. Scende, non pensa che la
pattuglia intera, ancora in sella in colonna sulla strada è un facile obiettivo
per i tedeschi. D’impulso afferra il
Beretta dalla tracolla e lo alza sopra la testa, rapidamente, in un chiaro
gesto di minaccia, e i tedeschi sparano immediatamente. Io vedo sgranarsi sul
muro di cinta del deposito la scarica dei proiettili, a pochissima distanza
sopra le nostre teste. La tensione ha fatto sbagliare i tedeschi, una mira più
calma avrebbe certamente procurato gravi danni alla pattuglia. In un attimo
siamo tutti a terra, apriamo il fuoco a nostra volta: io sono steso accanto a
Riccardi, su un piccolo ammasso di ghiaia, gli altri, dietro, sparano, chini o
ritti, valendosi della protezione degli alberi del viale. Riccardi è sulla mia
sinistra, un poco più avanti sul piccolo cumulo di sassi sul quale siamo quasi
aggrappati. Riccardi spara furioso con il suo mitra, vuole avere il campo di
tiro più aperto e cerca una posizione più alta, o più comoda sulla ghiaia;
spinge allo- ra con il piede sui sassi per tirarsi più su, ma non trova presa
sufficiente e io vedo sulla mia sinistra le sue gambette corte sparare calci
furiosi, senza risultato. Dire che, in un momento critico come quello lo
scalciare di Riccardi mi ha fatto sorridere, può apparire eccessivo, fu una
bravata, ma io sorrisi. Il fracasso era infernale. Confesso che ero un po’
preoccupato dal fuoco dei compagni della pattuglia che erano dietro di noi: io
e Riccardi eravamo infatti sulla strada tra i tedeschi e il resto della
pattuglia. Vedevo la camionetta tedesca impegnata nel tentativo di avviar- si,
per sottrarsi al nostro tiro e quasi nello stesso momento avvertii un piccolo
colpo alla nuca; sorpreso portai la mano sul punto toccato (il colpo era stato
lieve, nessun dolore) e la ritirai piena di sangue. Un poco perplesso attesi un
momento a capo chino: non avevo dolore, né altri sintomi, eppure era chiaro che
ero stato colpito da qualcosa. Non avvertivo nulla di preoccupante, così, quasi
tranquillo, rialzai la testa e ripresi in mano il mio moschetto. La camionetta
tedesca era ormai lontana, la sparatoria cessò, la scaramuccia era terminata.
Lievissimi i danni sopportati dalla pattuglia, esplose alta la soddisfazione
per avere sventato il tentativo tedesco di sopraffazione. Ci fu festa attorno
ai bersaglieri, mentre una premurosa infermiera mi portò dal medico della
caserma per una medicazione. Oltre a me, Sergio Agus aveva riportato una
ferita, fortunata come la mia: era stato
colpito da un proiettile alla mano destra che sosteneva il moschetto, gli aveva
lasciato una riga tra il pollice e l’indice, quindi vicinissima alla guancia
sulla quale appoggiava il moschetto in posizione di tiro. Mentre mi medicava,
il medico disse: “Girati che ti voglio guardare in faccia. Porta una candela a
S.Antonio, la pallottola ti ha lasciato la riga nei capelli”. La pallottola mi
aveva appena sfiorato la nuca! Nel tempo mi sono sempre chiesto come, nella
posizione in cui mi trovavo, una pallottola dei tedeschi abbia potuto sfiorarmi
la nuca in quel modo. Non direttamente certo, mi avrebbe colpito, magari di
striscio, ma su un lato della fronte; forse di rimbalzo ma, anche in questo
caso non con una traiettoria così orizzontale. Non mi posi allora questo
interrogativo, nessuno ci pensò; ci ho riflettuto dopo, come ho detto, e ho
ricordato che io e Riccardi, sulla strada, eravamo di fronte al cancello del
deposito, proprio in linea diretta con il cancello e il piazzale interno del
magazzino dove avevo visto correre dei soldati, e questa linea era
perfettamente compatibile con la traiettoria del proiettile che poteva avermi
feri- to in quel modo alla nuca. A quel punto è lecito chiedermi se mi ha
sparato qualcuno all’interno del deposito. Non voglio pensarci più. Rammento
che quel burlone di Gianni, ricordando Trani, che lui chiamava la sacca di
Trani, commentava, ridendo: “Leo è diventato un eroe, ferendosi con il filo
della frizione…”. Grande Gianni! Il 13 settembre era il suo compleanno! A
distanza di oltre sessanta anni, il 13 settembre di ogni anno ci scambiamo gli
auguri, io a lui per il compleanno effettivo, lui a me, perché, dice, quel
giorno sono nato una seconda volta. Tornammo alla caserma da dove eravamo
partiti per correre contro i tedeschi, accolti festosamente dai soldati e dagli
ufficiali. C’era anche il tenente Nai che, prima mi rimproverò per la nota
questione delle chiavi, poi mi abbracciò con trasporto, chiaramente commosso e
felice di vedermi sano e salvo, pur con una picco- la fascia in testa. Il
comandante del reggimento venne a congratularsi con noi, e, cosa
particolarmente gradita, ritenne di poter ignorare le rigide norme militari,
prima addotte, autorizzando l’ufficiale addetto a consegnarmi un paio di
scarponi nuovi, fiammanti. A questo punto però, l’obiettivo speciale della
missione doveva essere portato a
termine: scoprire dove era e soprattutto che consistenza aveva la presenza
tedesca. Noi avevamo visto un piccolo gruppo che era fuggito chiaramente verso
Barletta, la cittadina subito più a nord di Trani. Il capitano, e il sergente
Riccardi che lo avrebbe accompagnato nella missione, si prepararono per fare
una incursione a Barletta, naturalmente acconciati in modo da non farsi
riconoscere come militari, ed essere invece confusi tra i comuni abitanti del
luogo. Si travestirono da ferrovieri e partirono in bicicletta alla volta di
Barletta: noi sorridemmo alla vista di Paperino ferroviere, lui, imperterrito,
non se ne dette per inteso. Nella caserma aspettammo il ritorno dei due
coraggiosi militari, alternando momenti di ansia a momenti di speranza:
tornarono finalmente, a missione compiuta. La pattuglia si mise finalmente in
moto verso Bari. Il viaggio di ritorno fu piuttosto movimentato; lungo il
percorso si correva velocemente, attenti alla strada, ma anche col capo a
guardare spes- so il cielo, in costante allarme per difenderci in tempo da
possibili incursioni degli aerei tedeschi. Diverse volte fummo infatti
costretti a uscire rapidamente dalla strada litoranea per trovare riparo nei
campi. Quel pomeriggio, come ho detto, il viaggio fu abbastanza movimentato;
ricordo al riguardo il commento di quel capitano, al termine della missione. Mi
salutò con una carezza sul volto, e mi disse: “Quante ne abbiamo passate, oggi,
figliolo…”. Il momento del ritorno al nostro posto di blocco merita un
commento. La notizia dello scontro a Trani era naturalmente arrivata: il
generale Amato aveva già espresso al comandante del battaglione e al capitano
Castelli apprezzamento ed elogio per il comporta- mento e il morale della
pattuglia. Si sapeva dei due feriti: si trattava di ferite leggere, ma, in
guerra (me ne accorsi quel giorno), le notizie rimbalzano e assumono in
progressione una gravità sempre maggiore, non giustificata dalla realtà del fatto,
ma dalla distanza dalla quale la notizia proviene. Ero in testa alla pattuglia
e correvo veloce, quando giungemmo in vista del posto di blocco. Resta, da
allora, indelebile in me la prima immagine che scorsi da lontano: la palizzata
mobile che chiudeva il posto di blocco era
aperta, in mezzo al varco solo, immobile, in piedi c’era il mio
capitano. Mi aspettava. Gli giunsi vicino, mi fermai, e, ridendo, alzai la
gamba e gli feci vedere gli scarponi nuovi. Non rise il capitano, commosso e
preoccupato mi disse secca- mente: “Vai subito dal dottore, e poi va’ a letto”.
Lì per lì rimasi male, poi capii. Sono convinto che in quel momento avrebbe
voluto abbracciarmi, felice di vedermi sano e salvo dopo il timore che aveva
provato per me nella lunga attesa del mio ritorno alla base. Ma doveva dominare
il suo impulso: era a suo avviso un segno di debolezza da controllare: uno
sfogo tradotto in espressione rude e burbera. Caro, grande “papà Enea”,
inflessibile come sempre (con se stesso), e trepidante per i suoi ragazzi. Il
battaglione bersaglieri aveva avuto i suoi primi due feriti nella guerra di
liberazione.
Brano tratto da: "Montelungo. Il riscatto. Storia del LI Battaglione Bersaglieri. febbraio 43- maggio 1945" di Leone Orioli, Editore Bonanno.
Leone Orioli
Bersagliere del secondo Risorgimento Italiano
Ass. LI Btg. Bersaglieri AUC "Montelungo 1943"
Progetto cinquantuno
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