sabato 8 febbraio 2014

10 Febbraio, giorno del ricordo



La mattanza dei Carabinieri
La cattura e la barbara uccisione di 18 Carabinieri da parte del IX Corpus titino.
tratto da:
DOSSIER del QUOTIDIANO NAZIONALE
settembre 2004 "Il tricolore a Trieste"
articolo di Lorenzo Bianchi

Per dieci anni ha coltivato la speranza. Per dieci anni ha acceso una piccola candela sul davanzale di una finestra, il cuore in gola, il respiro accelerato. Era un filo sottile, il tentativo disperato di segnalare al marito la strada di casa. Quel minuscolo punto luminoso avrebbe potuto guidarlo nelle tenebre che lo avevano ingoiato dall'altipiano di Tarnova a Gorizia. Ernesta Stame, moglie del carabiniere Paolo Bassani è una donna ostinata e fiduciosa. Prima di sparire, la sera del 18 maggio 1945, durante i quaranta giorni di occupazione dei partigiani jugoslavi, il militare era riuscito a impietosire un carceriere e gli aveva affidato un biglietto laconico, ma rassicurante: "Ti saluto e spero tanto di poter ritornare. Non pensare a male, io sto bene. Tanti saluti e baci. Tuo marito Paolo". Ernesta, caparbia e fiduciosa, non "ha pensato a male". Ha acceso la fiammella per illuminare il sentiero dell'improbabile ritorno. Non sapeva che Paolo giaceva sul fondo della foiba di Zavnj, a 150 metri di profondità, assieme a 17 colleghi e a tanti altri, civili inconsapevoli, partigiani cattolici sloveni, fascisti italiani, vittime di una puilizia etnica e politica feroce, sistematica, organizzata.

Nell' archivio dello storico di Pordenone Marco Pirina, fondatore del "Centro studi e ricerche storiche Silentes Loquimur", sono archiviati 5700 nomi per la sola area di Gorizia. Il destino dei diciotto carabinieri della stazione di via Barzellini, inghiottiti nel nulla a guerra persa e ampiamente finita è il paradigma della sciagura collettiva. Dopo l'8 settembre 1943 erano rimasti nel presidio, proprio di fronte al carcere, quaranta militari agli ordini del tenente Tonarelli. Avevano ancora la scritta RR CC, Reali Carabinieri sugli elmetti.
I tedeschi li tollerano a fatica. Non li utilizzano per le operazioni delicate, come i rastrellamenti di partigiani. Delegano ai militari dell'Arma la funzione inferiore di contrastare i ladri e la borsa nera dei generi alimentari, il piccolo traffico dei contadini che vendono in nero polli, grano, carne e verdura sottratti al razionamento. La rarefazione di cibo si fa sentire. "Una catenina d'oro per un chilo di sale", esemplifica Pirina.

Il 30 aprile Gorizia è attraversata da squadracce di "cetnici", nazionalisti serbi che razziano e sparacchiano a 360 gradi nella corsa precipitosa verso Palmanova dove progettano di consegnarsi alle unità inglesi. Il primo maggio entra in città il IX corpo sloveno. Cominciano le retate sistematiche. Vengono arrestate 940 persone. Di 665 non si saprà più nulla. Restano solo le memorie dei parenti disperati e i nomi incisi sul lapidario del Parco della Rimembranza. I diciotto carabinieri rimasti nella tenenza di via Barzellini finiscono nelle celle del carcere. Il diciotto maggio vengono bastonati o spinti a forza a sbattere la testa contro i muri del penitenziario e caricati su un camion. Il mezzo si dirige lentamente verso l'altipiano. Da allora solo silenzio sulla loro sorte. Un vuoto opprimente che si infrange solo nel 1994. Marco Pirina viene mobilitato da Giovanni Guarini, figlio del brigadiere Pasquale, leccese della provincia, classe 1902. Lo storico decide di aggrapparsi all'unica, esile, memoria storica che è rimasta, il parroco di Tarnova. Il prete lo indirizza a una Gostilna, una trattoria. Una donna di 84 anni, Elena Rjavec, suggerisce di sentire un partigiano di Nenici, un certo Antonio Winkler, settanta anni. L'uomo ha abitato a Gorizia per un ventennio e parla perfettamente l'italiano. Pirina alza una cortina fumogena sul vero scopo della visita. Finge di essere interessato alla sorte di un gruppo di dispersi sloveni. Winkler abbocca."Ma lei non sa nulla dei carabinieri?", si stupisce.

Il bosco è fitto. L'ex guerrigliero ha la strada scolpita nella memoria. Indica i luoghi, il tragitto del camion, "avevano i polsi legati con filo di ferro rinserrato con le pinze", la buca nella quale è stato sepolto un finanziere che è crollato per terra a venti metri dalla bocca del pozzo naturale che ha ingoiato i condannati a morte. Pirina ha annotato il racconto del partigiano, parola per parola: "Li feci salire all'imbocco della foiba. Lì c'era la squadra che li buttava nell'abisso. Qualcuno era vivo. Ad altri sparavano prima di sospingerli nel vuoto. Sono quasi cinquanta anni che non vengo più in questo posto. A quelli che uccidevano avevano dato una bottiglia di rum a testa. Dovevano stordirsi. A noi, che avevamo fatto una faticaccia per trasportarli fin lassù, non toccò nulla, neppure un goccio". Giovanni Guarini piange quietamente.

Pirina, storico per passione dopo una lunga carriera di responsabile marketing per l'Agip, ha ricostruito un elenco incompleto. Dieci famiglie che non hanno un posto nel quale depositare un fiore, persone accomunate a migliaia di altre alle quali è negata perfino la normalità del ricordo. Scomparsi che suscitano ancora imbarazzo. La foiba di Zavnj è stata recintata con una staccionata di legno. C'è una croce che sovrasta un altare minuscolo. Su una targa è riportato un verso ecumenico e generico di una poetessa slovena: "Viandante che passi ascolta le grida di chi è stato gettato qui dentro". Nella vecchia caserma di via Barzellini la targa dedicata ai carabinieri rastrellati è confinata in un corridoio interno che immette negli uffici. Ai familiari stretti è stata riconosciuta la pensione di guerra, quattrocentoquindicimila vecchie lire. Ai figli le provvidenze che spettano agli orfani del conflitto. Ora si aggiungono un distintivo e un certificato firmato da Ciampi. Clara Morassi, 78 anni, figlia dell'ex vicesindaco di Gorizia spiega. con velata ironia, che possono fregiarsene le famiglie degli infoibati fino alla sesta generazione. Pirina non riesce a capacitarsi del silenzio sloveno e della disparità di trattamento rispetto agli austriaci: "Loro hanno avuto un elenco di 5400 nomi. Noi nulla. Io sono convintissimo del fatto che sia giusto chiudere con il passato, riconoscendo però a tutti la dignità della memoria".

Gli scomparsi sono diventati il centro della sua seconda vita. Gli sono costati minacce telefoniche, "anche 5 o 6 al giorno", di italiani e sloveni, e un cappio lasciato sulla porta di casa. Nel 2000 gli hanno sabotato l'auto. Una mano ignota ha messo fuori uso i fili elettrici che segnalano i guasti ai freni e ha tagliato quasi completamente la cinghia del ventilatore. "Attenzioni" inutili.
Il 25 settembre il suo Centro pubblicherà un nuovo libro intitolato "Guerra civile 1945 ?1947 la Rivoluzione Rossa". Il filone è sempre quello degli svaniti nel nulla: "Dopo piazzale Loreto sono sparite 50.600 persone. I corpi ritrovati sono solo 15 mila".


                                           Foiba di Vines

Recuperate dal Maresciallo Harzarich dal 16.10.1943 al 25.10.1943 cinquantuno salme riconosciute. In questa Foiba, sul cui fondo scorre dell'acqua, gli assassinati dopo essere stati torturati, finirono precipitati con una pietra legata con un filo di ferro alle mani. Furono poi lanciate delle bombe a mano nell'interno. Unico superstite, Giovanni Radeticchio, ha raccontato il fatto.

Riuscì a sopravvivere Giovanni Radeticchio di Sisano.
Ecco il suo racconto: "Addì 2 maggio 1945, Giulio Premate accompagnato da altri quattro armati venne a prelevarmi a casa mia con un camioncino sul quale erano già i tre fratelli Alessandro, Francesco e Giuseppe Frezza nonché Giuseppe Benci. Giungemmo stanchi ed affamati a Pozzo Littorio dove ci aspettava una mostruosa accoglienza; piegati e con la testa all’ingiù fecero correre contro il muro Borsi, Cossi e Ferrarin. Caduti a terra dallo stordimento vennero presi a calci in tutte le parti del corpo finché rinvennero e poi ripetevano il macabro spettacolo. Chiamati dalla prigionia al comando, venivano picchiati da ragazzi armati di pezzi di legno.

Alla sera, prima di proseguire per Fianona, dopo trenta ore di digiuno, ci diedero un piatto di minestra con pasta nera non condita. Anche questo tratto di strada a piedi e per giunta legati col filo di ferro ai polsi due a due, così stretti da farci gonfiare le mani ed urlare dai dolori. Non ci picchiavano perché era buio.

Ad un certo momento della notte vennero a prelevarci uno ad uno per portarci nella camera della torture. Ero l'ultimo ad essere martoriato: udivo i colpi che davano ai miei compagni di sventura e le urla di strazio di questi ultimi. Venne il mio turno: mi spogliarono, rinforzarono la legatura ai polsi e poi, giù botte da orbi. Cinque manigoldi contro di me, inerme e legato, fra questi una femmina. Uno mi dava pedate, un secondo mi picchiava col filo di ferro attorcigliato, un terzo con un pezzo di legno, un quarto con pugni, la femmina mi picchiava con una cinghia di cuoio.

Prima dell'alba mi legarono con le mani dietro la schiena ed in fila indiana, assieme a Carlo Radolovich di Marzana, Natale Mazzucca da Pinesi (Marzana), Felice Cossi da Sisano, Graziano Udovisi da Pola, Giuseppe Sabatti da Visinada, mi condussero fino all'imboccatura della Foiba. Per strada ci picchiavano col calcio e colla canna del moschetto. Arrivati al posto del supplizio ci levarono quanto loro sembrava ancora utile. A me levarono le calze (le scarpe me le avevano già prese un paio di giorni prima), il fazzoletto da naso e la cinghia dei pantaloni. Mi appesero un grosso sasso, del peso di circa dieci chilogrammi, per mezzo di filo di ferro ai polsi già legati con altro filo di ferro e mi costrinsero ad andare da solo dietro Lidovisi, già sceso nella Foiba. Dopo qualche istante mi spararono qualche colpo di moschetto. Dio volle che colpissero il filo di ferro che fece cadere il sasso. Così caddi illeso nell'acqua della Foiba. Nuotando, con le mani legate dietro la schiena, ho potuto arenarmi. Intanto continuavano a cadere gli altri miei compagni e dietro ad ognuno sparavano colpi di mitra. Dopo l'ultima vittima, gettarono una bomba a mano per finirci tutti. Costernato dal dolore non reggevo più.

Sono riuscito a rompere il filo di ferro che mi serrava i polsi, straziando contemporaneamente le mie carni,poiché i polsi cedettero prima del filo di ferro. Rimasi così nella Foiba per un paio di ore. Poi, col favore della notte, uscii da quella che doveva essere la mia tomba"

Brano tratto dal sito: www.leganazionale.it  Trieste



La strage dei Carabinieri alle Cave del Predil
12 carabinieri torturati e trucidati da partigiani comunisti titini.

Malga Bala: l’atroce eccidio.
La carrozzabile Tarvisio - Cave del Predil - Passo Predil - Plezzo - Gorizia costituiva un’importantissima arteria utilizzata dalle forze di occupazione tedesche per lo smistamento nei due sensi di marcia di uomini, armi, viveri, munizioni destinati dalla Germania alla zona del Litorale Adriatico. La resistenza slava, dal canto suo, prendeva di mira le autocolonne tedesche, provocando sovente pesanti perdite ed intaccando il prestigio militare germanico.
In risposta all’ultimo di una serie di agguati, in cui rimase ucciso un soldato tedesco che stava percorrendo con una motocarrozzetta la strada che conduce da Passo Predil verso la Valle Coritenza, l’11 ottobre 1943 due autocarri di SS tedesche raggiunsero Bretto di sopra dove, con largo uso di lanciafiamme, incendiarono tutte le abitazioni dove erano state rinvenute armi e vestiario militare (una donna 80enne venne arsa viva), fucilando tutti gli uomini Pietro Tognazzorastrellati (15 in tutto, mentre un sedicesimo venne ucciso a colpi di calcio di fucile).
Essendosi generata una situazione di pericolo concreto, il commissario germanico sulla miniera di Raibl, tale Hempel, ottenne dal comando militare tedesco di Tarvisio la costituzione di un Distaccamento fisso di carabinieri a protezione della centrale idroelettrica a valle di Bretto di sotto.
Dino PerpignanoLa sera del 23 marzo 1944, il V. Brig. PERPIGNANO, comandante del distaccamento ed il Car. FRANZAN si erano recati in paese e, sulla strada del ritorno, vennero aggrediti da due partigiani, SOCIAN e ZVONKO, mentre la caserma era già circondata da altri partigiani, rimasti nascosti.
Il commando, successivamente:
- catturò i due carabinieri di guardia alla centrale;
- entrò all’interno della caserma, verosimilmente costringendo con minacce il comandante a pronunciare la parola d’ordine.
I carabinieri vennero fatti vestire velocemente, mentre i partigiani si impossessavano delle armi e di quant’altro di utile avessero potuto trovare nella caserma, poi minata con esplosivo, così come era stato fatto per la centrale idroelettrica.
Il commando partigiano e gli ostaggi, costretti a portare a spalla tutto il materiale trafugato dalla caserma, si incamminarono lungo un percorso tutto in salita, nel bosco per raggiungere a tappe forzate Malga Bala, passando per il Monte Izgora (1.000 m circa s.l.m.), la Val Bausiza (di nuovo a valle) e risalendo verso l’altipiano di Bala.
Il lungo tragitto venne intervallato da poche soste, di cui l’ultima, la sera del 24 marzo, in una stalla sita sull’altipiano di Logje (853 m s.l.m.). Qui venne loro somministrato minestrone a cui erano stati proditoriamente aggiunti soda caustica e sale nero, usato per il bestiame perché ad elevato potere purgante.
La mattina successiva (25 marzo) venne fatto percorrere ai prigionieri l’ultimo tratto di strada che li separava dal luogo della mattanza, un casolare sito su un pianoro, malga Bala appunto, dove:
- il Vicebrigadiere PERPIGNANO venne arpionato ad un calcagno con un uncino, appeso a testa in giù e costretto a vedere la fine dei propri dipendenti; verrà finito a pedate in testa;
- gli altri militari vennero sterminati barbaramente, dopo essere stati incaprettati con filo di ferro, legato anche ai testicoli, così che i movimenti parossistici sotto i colpi di piccone amplificassero il dolore; ad alcuni furono tagliati i genitali e conficcati loro in bocca; ad altri Pasquale Ruggerovennero sbriciolati gli occhi; ad altri ancora venne poi sventrato il cuore a picconate; in particolare, al Car. AMENICI venne infilata nel petto la foto dei figli.
Al termine dell’eccidio, i corpi vennero trascinati a qualche decina di metri dal casolare ed ammucchiati sotto un grosso sasso, parzialmente ricoperti dalla neve.
I cadaveri dei militari vennero rinvenuti casualmente da una pattuglia di militari tedeschi e recuperati per essere ricomposti presso la chiesa di Tarvisio tra il 31 marzo ed il 2 aprile 1944. I funerali si svolsero presso la stessa chiesa il 4 aprile 1944. Al termine di solenne cerimonia funebre, i resti dei dodici carabinieri furono seppelliti in località Manolz di Tarvisio.Antonio Ferro
Dal settembre 1957, grazie all'opera del "Comitato Onoranze ai Caduti nel Comune di Tarvisio", che ha ultimato la costruzione del tempio ossario all'interno della torre medievale, attigua a questa parrocchia, riposano in pace unitamente a 14 combattenti del XVII Settore delle Guardie alla Frontiera ed a 5 militari tarvisiani, Caduti in guerra nove dei dodici carabinieri trucidati.
Di seguito i nomi dei 12 CC trucidati:

- V.Brigadiere PERPIGNANO Dino, nato a Sommacampagna (Verona) 17 agosto 1921;
- Car. DAL VECCHIO Domenico, n. a Refronto (Treviso) il 18 ottobre 1924;
- Car. FERRO Antonio, Rosolina (Rovigo) il 16 febbraio 1923;
- Car. AMENICI Primo, n. a Crespino (Rovigo) il 5 settembre 1905;
- Car. BERTOGLI Lindo, n. a Casola Montefiorino (Modena) il 19 marzo 1921;
- Car. COLSI Rodolfo, n. a Signa (Firenze) il 3 febbraio 1920;
- Car. FERRETTI Fernando, n. San Martino in Rio (Reggio Emilia) il 4 luglio 1920;
- Car. FRANZAN Attilio, n. a Prola Vicentina (Vicenza) il 9 ottobre 1913;
- Car. RUGGERO Pasquale, n. a Airola (Benevento) l’11 febbraio 1924;
- Car. ZILIO Adelmino, n. a Prozolo di Camponogara (Venezia) il 15 giungo 1921;
- Car. Aus. CASTELLANO Michele, n. a Rochetta S’Antonio (Foggia) l’11 novembre 1910;
- Car. Aus. TOGNAZZO Pietro, n. a Pontevigodarzere (Padova) il 30 giugno 1912.

da www.carabinieri.it


Ricordo struggente di Mafalda Codan

I brani che seguono sono tratti dal diario di Mafalda Codan che venne arrestata a Trieste, dove si era rifugiata, ai primi di maggio del 1945.
Anche il padre e gli zii della giovane donna, commercianti e possidenti, erano stati arrestati e infoibati in Istria nell'autunno del 1943.

tratto da Foibe: 60 anni di silenzi

Il 7 maggio 1945 [...] prendo un libro e vado in giardino. Appena uscita mi trovo davanti tre partigiani comandati da Nino Stoinich con il mitra spianato. Prima di tutto si rallegrano dell'orribile morte dei miei cari e poi mi intimano di seguirli. Vestita come sono, senza poter più né entrare in casa né salutare la mamma, devo seguirli. Con un filo di ferro mi legano le mani dietro la schiena e mi fanno salire su una macchina.[...] Prima sosta, Visinada. Mi portano sulla piazza gremita di gente, partigiani, donne scalmanate, urlano, gesticolano, imprecano. S. mi presenta come italiana, nemica del popolo slavo, figlia di uno sfruttatore dei poveri, tutti cominciano a insultarmi, a sputacchiarmi, a picchiarmi con lunghi bastoni e a gridare: a morte, a morte. [...] A Santa Domenica mi portano davanti alla casa di Norma Cossetto, infoibata nel settembre del 1943, chiamano sua madre, vogliono farla assistere alle mie torture per ricordarle il martirio della sua Norma. La signora, nonostante le severe intimazioni, si rifiuta di uscire, la trascinano a forza sulla porta e, appena mi vede in quelle condizioni, cade a terra svenuta. [...]

Siamo arrivati davanti a casa mia. [...] Si raduna subito una folla scalmanata e urlante: il tribunale del popolo. Stoinich tira fuori un foglio e comincia a leggere le accuse: infondate, non vere, testimonianze false, imposte. Vedo i miei coloni e molte persone aiutate e mantenute gratis da mio padre. Non posso credere ai miei occhi, sono gli stessi che prima "veneravano" la mia famiglia e si consideravano amici, ora sono qui per condannarmi e gridare "a morte". Sono diventati tutti un gregge di pecore, fanno ciò che è stato loro imposto di fare, ora seguono chi comanda, chi promette loro la spartizione delle terre dei padroni. Non posso stare zitta, urlo anch'io, non posso puntare il dito contro quelle bestie mostruose solamente perché ho le mani legate, li chiamo allora per nome, li accuso della morte dei miei cari, dei furti commessi, dei soprusi, dei debiti mai pagati... e da accusata divento accusatrice. [...] Nell'ex dopolavoro mi attendono tre donne. Mi legano a una colonna in mezzo alla sala, a sinistra e a destra mi mettono due bandiere slave con la stella rossa e sopra la testa il ritratto di Tito. È un druze grande e grosso che dà il via al pestaggio. Con tutta la sua forza comincia a percuotermi con una cinghia. Mi colpisce così forte sugli occhi che noti riesco più a riaprirli. Mi spiace perché ho sempre avuto il coraggio di fissare negli occhi chi mi picchiava. Le sevizie continuano, le donne mi colpiscono con grossi bastoni, con delle tenaglie cercano di levarmi le unghie ma non ci riescono perché sono troppo corte. Una scalmanata, con un cucchiaio mi gratta le palpebre gonfie, ferite e chiuse: "Apri gli occhi che te li levo" mi grida. [...] Più tardi mi fanno fare il giro del paese legata a una catena come un orso, mi segue un codazzo di bambini divertiti. [...] Arriva un carro, mi fanno salire, fanno correre il cavallo e io devo stare in piedi. Le continue scosse mi fanno cadere e, ogni volta, un colpo di mitra mi rialza. In quelle condizioni giro diversi paesi. [...] A Parenzo mi portano nel piazzale del Castello, ora caserma, dove sono radunati gli uomini. [...] Quello che si scaglia furibondo contro di me è Ziri, un mio ex colono che ha avuto tanto bene da mio padre. Dice di essere felicissimo di vedermi in quelle condizioni e spera che tutta la famiglia sia distrutta per essere lui il padrone dei nostri campi.

[Nel castello di Pisino] Tutte le notti, un partigiano dalla faccia cupa e torva, entra nelle celle ed esce con qualcuno che non tornerà più. Quando al lume delle torce cerca sul foglio i nomi, gli occhi di tutti sono attaccati alla sua bocca e un brivido improvviso ci attraversa il corpo. Le urla di dolore di Arnaldo [il fratello diciassettenne, detenuto e torturato nel medesimo carcere] e degli altri suoi compagni di pena mi risuonano dolorosamente nella testa giorno e notte. [...] Una notte la porta si apre e subito mi assale il terrore, questa volta sul foglio c'è anche il mio nome. [...] Io vengo legata braccio a braccio con una giovane incinta. Ci conducono sullo spiazzo del castello dove ci attendono due camion già pieni di prigionieri, con i motori accesi. Ci caricano sul secondo, chiudono le sponde e vien dato l'ordine di partire. In quell'istante arriva di corsa un ufficiale con un foglio in mano e grida: "Alt! Mafalda Codan giù". Mi sento mancare, tremo tutta […]. Il capo mi prende per un braccio, mi accompagna in una casetta di fronte al carcere, mi getta in una stanza buia e mi chiude dentro. [...] Al mattino gli aguzzini tornano felici di aver ucciso tanti nemici del popolo. Li hanno massacrati tutti. Uno entra nella mia nuova "residenza" e mi chiede: "Quanti anni aveva tuo fratello? Non voleva morire sai, anche dopo morto il suo corpo ha continuato a saltare" […].

Una mattina un druze mi accompagna al Comando. Entro in un ufficio, dietro una scrivania siedono due uomini dall'apparenza civile, sono due giudici, uno indossa l'uniforme, l'altro è in borghese. "Hai visite" mi dicono, aprono una porta ed entrano quattro donne scalmanate. "Come? E' ancora viva?" chiedono arrabbiate. "Perché non è "partita" con gli altri? ". Urlano, gridano, vogliono picchiarmi. I due capi glielo proibiscono. Mi accusano di cose inaudite e allora urlo anch'io e, anche questa volta, da accusata divento accusatrice, di cose vere però. Da una frase detta dalle forsennate, capisco che, durante le perquisizioni e i furti perpetrati a casa mia, hanno trovato il mio diario. In un quadernone ho scritto infatti il calvario della mia famiglia iniziato con l'occupazione slavo-comunista del settembre 1943. Ho annotato tutto nei minimi particolari, ore, giorno, mese, avvenimenti, parole dette, tutto [...] e completato con fotografie, documenti importanti e pezzi di giornale. Sono testimonianze che scottano, verità che non si possono negare, che fanno paura, è per questo che vogliono la mia morte. Ora racconto ai giudici tutto quello che è stato fatto alla mia famiglia, cosa ho vissuto, faccio nomi, non riesco a tacere perché ho la coscienza a posto, so di essere innocente, non ho paura di nessuno. [...] Da quell'istante la mia vita cambia. I due capi hanno capito che non ho fatto niente di male. [...] Riacquisto subito la semilibertà, giro da sola senza la scorta di guardie armate e divento la donna di servizio della moglie di Milenko, uno dei capi. È un giovane dalmata, laureato in legge, parla abbastanza bene l'italiano e il francese ed è molto umano. [...] Mangio con loro e, alla sera, ritorno in prigione. Mi trattano umanamente, ma tra noi rimane pur sempre uri rapporto schiavo-padrone. [...] Potrei scappare ogni giorno, ma i miei principi e la parola d'onore data, mi impediscono di farlo. Per nessuna cosa al mondo tradirci la fiducia delle persone che hanno creduto in me. E intanto, pian piano, il grigio sconforto che mi aveva colmato il cuore e la mente negli ultimi mesi, comincia a dissiparsi.


La foiba di Basovizza

La cosiddetta foiba di Basovizza è nella realtà il pozzo minerario Šoht, scavato all'inizio del XX Sec. per l'estrazione del carbone, poi abbandonato per la sua improduttività.

Dichiarata monumento nazionale, è divenuta il principale memoriale per i familiari degli infoibati e dei deportati deceduti nei campi di concentramento in Jugoslavia, che non hanno potuto identificare la sepoltura dei congiunti, e delle associazioni degli italiani che esuli dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia, che qui ricordano le vittime delle violenze dell’autunno 1943 e della primavera 1945.
Il pozzo di Basovizza e la foiba n. 149 divennero siti di interesse nazionale nel 1980, ma si dovettero attendere ancora 11 anni per avere un riconoscimento da parte delle alte cariche dello Stato: nel 1991 vi si recò in visita Francesco Cossiga, mentre nel 1992 Oscar Luigi Scalfaro proclamò il sito "monumento nazionale".


Quante furono le persone gettate nella Foiba di Basovizza? Per quanto riguarda specificamente le persone fatte precipitare nella foiba di Basovizza, è stato fatto un calcolo inusuale e impressionante. Tenendo presente la profondità del pozzo prima e dopo la strage, fu rilevata la differenza di una trentina di metri.
Lo spazio volumetrico conterrebbe le salme degli infoibati: oltre duemila vittime.

Il monumento della foiba di Basovizza è semplice: consiste in una lastra in pietra grigia, con una grande croce; sullo zoccolo frontale è riportato un passo della "preghiera dell'infoibato" dell'arcivescovo Antonio Santin.


Quello che segue è il testo integrale della preghiera:



O Dio,
Signore della vita e della morte,
della luce e delle tenebre,
dalle profondità di questa terra e
di questo nostro dolore noi gridiamo a Te.
Ascolta, o Signore, la nostra voce.
De profundis clamo ad Te, Domine.
Domine, audi vocem meam.
Oggi tutti i Morti attendono una preghiera,
un gesto di pietà,
un ricordo di affetto.
E anche noi siamo venuti qui per innalzare le nostre povere preghiere
e deporre i nostri fiori,
ma anche per apprendere l'insegnamento che sale dal sacrificio di questi Morti.
E ci rivolgiamo a Te,
perché tu hai raccolto l'ultimo loro grido,
l 'ultimo loro respiro.
Questo calvario, col vertice sprofondato nelle viscere della terra,
costituisce una grande cattedra,
che indica nella giustizia e nell'amore le vie della pace.
In trent'anni due guerre,
come due bufere di fuoco,
sono passate attraverso queste colline carsiche;
hanno seminato la morte tra queste rocce e questi cespugli;
hanno riempito cimiteri e ospedali;
hanno anche scatenato qualche volta l'incontrollata violenza,
seminatrice di delitti e di odio.
Ebbene, Signore, Principe della Pace, concedi a noi la Tua Pace,
una pace che sia riposo tranquillo per i Morti e sia serenità di lavoro e di fede per i vivi.
Fa che gli uomini,
spaventati dalle conseguenze terribili del loro odio e attratti dalla soavità del Tuo Vangelo, ritornino, come il figlio prodigo,
nella Tua casa per sentirsi e amarsi tutti come figli dello stesso Padre.
Padre nostro, che sei nei cieli,
sia santificato il Tuo Nome,venga il Tuo regno,
sia fatta la Tua volontà.
Dona conforto alle spose,
alle madri, alle sorelle,
ai figli di coloro che si trovano in tutte le foibe di questa nostra triste terra,
e a tutti noi che siamo vivi
e sentiamo pesare ogni giorno sul cuore la pena per questi nostri Morti,
profonda come le voragini che li accolgono.
Tu sei il Vivente, o Signore,
e in Te essi vivono.
Che se ancora la loro purificazione non è perfetta, noi Ti offriamo,
o Dio Santo e Giusto, la nostra preghiera,
la nostra angoscia, i nostri sacrifici,
perché giungano presto a gioire dello splendore dei Tuo Volto.
E a noi dona rassegnazione e fortezza, saggezza e bontà.
Tu ci hai detto: Beati i misericordiosi perché otterranno misericordia,
beati i pacificatori perché saranno chiamati figli di Dio,
beati coloro che piangono perché saranno consolati,
ma anche beati quelli che hanno fame e sete di giustizia perché saranno saziati in Te,
O Signore, perché è sempre apparente e transeunte il trionfo dell'iniquità.
O signore, a questi nostri Morti senza nome ma da Te conosciuti e amati,
dona la Tua pace.
Risplenda a loro la Luce perpetua e brilli la Tua Luce anche sulla nostra terra e nei nostri cuori,
E per il loro sacrificio fa che le speranze dei buoni fioriscano.
Domine, coram te est omne desiderium meum et gemitus meus te non latet.
Amen.


Memorie di un celoviek Bersagliere: Capitolo 4


20 dicembre: l'assalto alle linee nemiche a Meskov e la ritirata su Konovalov-Kalmikov

Sono le due di notte del 20 dicembre; domani, nel mondo cristiano la chiesa canta lodi a san Tommaso in attesa di festeggiare il giorno 25, la Pasqua santa. Un detto montanaro mi viene alla mente: per san Tomè (san Tommaso) il giorno cresce quanto il gallo alza il piè, considerato che per santa Lucia, il 13, si vive il giorno più corto che ci sia. Scienza e astronomia paesana, con necessità di rima, si avvicinano ma poi proprio così non è, ma fa lo stesso.

   Per ingannare il turbinio dei pensieri che si accavallano in mente e per non cedere al faticoso viandare, assieme al detto montanaro sussurro a mezza voce una antica tiritera che la mamma mi aveva insegnato, prima di andare a scuola, per prepararmi al santo Natale: il 2 santa Bibbiana benedetta, il 4 santa Barbara beata, il 6 san Niccolò che vien per via, l’8 concezion santa Maria, il 13 ci dà santa Lucia, il 21 san Tomè la chiesa canta e il 25 vien la Pasqua santa. Aleci, preoccupato, mi chiede se sto recitando il santo Rosario per purgare una parte dei peccati commessi.

Mezz’ora di meritato riposo; ci sdraiamo sulla neve e il duro giaciglio innevato ci sembra un morbido prato fiorito. Nessuno parla; il silenzio è profondo e nella mente di tutti noi passano come un turbine ricordi e ricordi di giorni felici, visioni di persone care, ombre fugaci che subito si perdono nel buio della notte e fra i timori che stringono i cuori. Il riposo è turbato dallo sforzo non lieve di vincere il sonno, che è tanto come la fatica, ma tutti sanno che nella steppa addormentarsi o solo assopirsi vuol dire morire. Ogni tanto da un gruppetto di bersaglieri si elevano al cielo le note di una nostra canzone ma il canto, quasi subito, così come è nato si spegne e si perde lontano portato dal gelido vento del nord che ha ripreso a soffiare. In lontananza, il cupo tambureggiare ovattato dell’artiglieria ci segue; in alto, molto in alto, un grifo d’acciaio volteggia in cerca di prede; vicino, un lamentoso ululato di un lupo affamato, o in amore, ci ricorda dove siamo.

   Si riparte, e più duro è l’inizio del viandare dopo la sosta. Un autocarro tedesco centrato e sventrato s’intravede, al tenue chiarore del riverbero della neve, lungo la strada; poi un altro e un altro ancora. Anche un’ambulanza, coi miseri resti di due soldati a pezzi, è adagiata su un fianco; poco più avanti un grosso carro armato russo, un T-34, sta ancora bruciando. Forse è lui l’autore del colpo di mano sulla colonna tedesca in marcia, punito poi da un 88 che difficilmente perdona.

   Larghi squarci di sereno appaiono tra le nubi dense e minacciose che corrono in cielo veloci sospinte dal vento che soffia violento; il freddo è tanto, la stanchezza pure, ma ancora si avanza; a denti stretti, però, e consapevoli che fermarsi vuol dire morire.

   Ore 3; una piccola sosta per riprendere fiato, poi via di nuovo. Ci stiamo avvicinando al bivio ben noto: a sinistra si va verso Meskov, a destra verso Kalmikov, paesello che ci consentirà di recuperare un po’ di forze prima dell’assalto finale. Tra l’incerto chiarore della neve e di un pallido raggio di luna s’intravede in lontananza un grande capannone semidistrutto. Finalmente! Dietro quei ruderi la strada, breve, ci condurrà alla meta prescelta per la sosta. Forza ragazzi, oramai siamo giunti, tra poco si mangia, si beve, si dorme e si sogna.

   Ma cosa sono quelle ombre che si accalcano attorno ai muri perimetrali ancora in piedi di quel grande caseggiato? È forse uno scherzo della fata Morgana, un miraggio, un’aurora boreale o un semplice inganno degli occhi ormai stanchi? La colonna si ferma; lo sguardo di tutti è rivolto verso quel punto della steppa dove qualcosa di strano sta accadendo; cosa sia nessuno lo sa ma certamente non è una allucinazione collettiva che ci fa vedere fischi per fiaschi. No, no non ci sono più dubbi; sono loro, sono uomini veri, sono i russi che ci aspettano, e si muovono, e sono in molti perdiana.

   Un ordine passa da reparto a reparto:

   “Tutti a terra e pronti, dobbiamo attaccare e passare oltre, per forza”.

   Le ombre sembrano moltiplicarsi, sdoppiarsi e certamente anche loro ci hanno avvistato. Infatti stanno aprendosi a semicerchio dietro le macerie per sbarrarci la strada e chiuderci nel mezzo. Sappiamo bene, entrambi, che l’unica possibilità per andare avanti è percorrere la strada; deviare a sinistra o a destra per aggirare l’ostacolo è pura follia perché avanzare nella steppa innevata, ghiacciata e col freddo che fa significa dopo poco tempo stramazzare al suolo uccisi non da un proiettile ma dallo sforzo sovrumano dell’arrancare.

   Lascio il plotone al sergente Cappellaro e mi avvio con Puce, Spada, Daghini, Sica, Pucci e il capitano Checchini a rapporto dal capitano Spinosa, il comandante del battaglione. Ordine: i primi due plotoni della 2a Compagnia si portino a una cinquantina di metri dal capannone e poi via, all’assalto; la 1a Compagnia di rincalzo. Un’azione rapida, decisa, senza preparazione di fuoco, senza esitazione e con tutta la forza che ancora possediamo; non possiamo fermarci.

   Le squadre lasciano la pista e gli uomini, curvi, si allargano in ordine sparso, a fianco l’uno con l’altro. Chi sprofonda nella neve alta ammassata dal vento, chi scivola sui lastroni ghiacciati, comunque tutti si portano verso una linea orizzontale da dove scatterà l’assalto finale. Sdraiato sulla neve in attesa che i bersaglieri delle squadre si siano spiegati e riuniti vedo, svolgendo lo sguardo all’indietro, le piume nere sugli elmetti fremere alle folate del vento; le baionette dei fucili, quando incontrano un raggio di luna, emettere un tenue luccichio. A sinistra e a destra del nostro schieramento le Breda 37 e i fratelli minori sono già piazzati per coprirci col loro fuoco. Chissà poi perché i russi non hanno ancora aperto il fuoco su noi che già siamo a tiro? E quel gruppetto di gente sulla sinistra del capannone, più intento a discutere che a sistemarsi in difesa, che cosa significa? Mah! Più passano i minuti più cresce la nostra perplessità.

   Una voce urlata da uno del nostro gruppo chiede a squarciagola:

   “Ruski?”

   “Niet”, risponde qualcuno dal capannone, “italianski”.

   “Anche noi siamo italiani”, rispondiamo in coro e un comune pensiero vola verso il cielo; grazie Signore, grazie per averci evitato di uccidere, o d’essere uccisi da nostri fratelli.

   Sono fanti piumati del XXV Battaglione del capitano Zenoni. A salti, a traballoni, con tanti scivoloni superiamo il breve tratto che ci separa dal capannone e siamo fra gli amici; ci abbracciamo commossi, felici che sia finita così.

   “Te lo dicevo sempre, vecchio e caro capitano Zenoni, che un giorno, prima o poi, ti avrei scambiato per russo a causa di quella arruffata montagna pelosa e rossastra che incornicia il tuo volto e quel venerabile capo”.

   “Ricordo, Bruno; noi, invece, eravamo certi di avere di fronte quei rammolliti cosacchi appiedati. Pensi, amico, che riusciremo a passare? Questa volta, non so spiegarmi il perché, ho un gran timore addosso, sento che qualcosa di grave sta per accadermi. È tutta la notte che non riesco a fugare dalla mente e dagli occhi l’immagine dei miei piccoli bimbi; durante le soste, poi, mi pareva di sentire la mano di mia moglie stringere forte la mia mentre mi sussurrava all’orecchio: fai presto, cammina più in fretta, corri se puoi o sarà troppo tardi, o mai più ci rivedremo”.

   “Ohe! Capitano, torniamo proprio adesso fanciulli? Fuggi i tristi pensieri e pensa che Meskov ci attende, e spera; speriamo che tutto si risolva nel meglio. E che Iddio ti aiuti, e ci aiuti”.

   Abbraccio il capitano con l’affetto e la stessa ammirazione di sempre e stringendogli la mano vedo i suoi cari lontani, i miei cari e… sento una grossa manata sulla spalla:

   “Te qui anche ti?”

   “Ciao, Ugo, che ci fai sulla steppa di stoppie? Come ti va, crucco?”

   “Bene, ma ze mancà un pelo eh, Bruno?”

   “Già, un pelo di barba novella, Ugo. Comunque se avessi saputo che avevo davanti i tognini testoni avrei sparato subito”.

   Ti ricordo così, caro, rude e sincero amico collega, bravo comandante di un altro plotone bersaglieri del Terzo.

   La marcia riprende lenta, faticosa, monotona; le ore son lunghe come le corte giornate, i minuti scorrono lenti pari alle interminabili ore; ogni passo fa scricchiolare la neve che sembra di vetro. Al freddo, ch’è tanto, alla grande stanchezza s’aggiunge ora il sonno ch’è greve. Quel poco di opaco bagliore emanato dal riverbero della bianca distesa sta svanendo; fra poco, dal buio più buio, nascerà l’alba di un giorno qualunque ma che poi non è tale. I boati che si odono in lontananza ci scuotono; impediscono alle palbebre di stendersi, stanche, sugli occhi arrossati e gonfi e ci evitano di dormire camminando.

   Ecco là, e non rompe da ponente alla montagna bensì da est, da oriente e sulla steppa, l’alba che nasce. Prima un incerto chiarore su nel cielo, poi l’aurora che precede il sorgere del sole; è il giorno 20 che avanza, che arriva col sapore di morte e forse di pace per molti di noi. La nostra colonna è ancora salda, compatta, ben ordinata; nessun cenno di sgretolamento si nota lungo il tortuoso cammino dei reparti che si snoda sulla gelida, piatta distesa ghiacciata. La luce che si fa strada fuga in parte il sonno e la stanchezza. Meno trenta? Chissà; però il freddo è pungente; il marosc si fa appena sentire.

   Appare in lontananza una macchia nerastra e informe che si staglia sull’opaco candore della steppa ancora assonnata; col cannocchiale distinguiamo chiaramente l’agglomerato di isbe che dà vita al paese di Kalmikov. È un sussulto del cuore, la gioia per tutti, la speranza che si rinnova. Con un pugno di neve cerchiamo di alleviare il fastidio degli occhi gonfi e arrossati ma al contatto della pelle coi piccoli cristalli di ghiaccio ci sembra di ricevere in faccia la solita manciata di spilli. Con la luce che a oriente cresce si attenua anche il buio; svaniscono, con la notte che muore, le care immagini rievocate durante il faticoso arrancare per dar sollievo alla mente e al cuore; si dissolvono quelle amate ombre che ci hanno accompagnato per mano durante il penoso arrancare. Dense e veloci nubi si rincorrono in cielo spinte dal gelido marosc che negli alti strati dell’atmosfera ha ripreso a soffiare e si trascina dietro le nostre dolci chimere e i sogni cullati da una illusione che ormai non è più.

   Abbiamo raggiunto il punto più alto della piccola balka e ora la ricorrente, spoglia visione del solito paese russo ci appare: una lunga e dritta via in terra battuta ornata da grosse pozzanghere ghiacciate; due file di isbe ai lati, il pozzo al centro, qualche betulla sparsa qua e là e il grande capannone del Kolkos o Sovkos; nient’altro. Tra poco assaporeremo il noto puzzo, o tanfo, che inonda il vasto locale dell’isba dove, al centro, troneggia la grande stufa che bruciando lo sterco emette tepore dintorno. Sì, puzzo odoroso. Provate, gente, a patire un freddo cane e capirete perché il puzzo di cacca, se questa emette calore, vi parrà un soave profumo di viole.

   Alcune pattuglie si portano in avanti per esplorare il villaggio e sventare in tal modo spiacevoli sorprese. Con tristezza notiamo che dalle balke vicine scendono verso il paese gruppetti di soldati sbandati; dall’elmetto e dal cappotto grigioverde l’identificazione è certa: sono soldati fratelli, forse i resti di reparti scontratisi coi russi e appartenenti ad altre divisioni ritiratesi dal Don. Cupe visioni, segni inconfondibili di una disfatta iniziata o forse all’ultimo atto; guardando dietro di noi ci rincuora la compattezza della nostra colonna. L’ultimo tratto in leggera pendenza è stato percorso e ora imbocchiamo la strada che attraversa Kalmikov.

   Ogni compagnia occupa un settore ristretto dell’agglomerato di case; un po’ di riposo è a portata di mano; gallette e scatolette per un modesto pasto pure; qualche sigaretta non manca. È mezzogiorno nell’isba e fuori; sdraiati per terra, cioè sul pavimento delle catapecchie, con lo stomaco sazio, con una temperatura che al confronto dei venti o trenta sotto zero pare quella di una giornata afosa d’agosto nel nostro paese, il sonno vince tutto e tutti e solo le sentinelle vegliano. Che bello, ma per poco!

   In piedi e prepararsi a partire; pochi chilometri ci separano da Meskov e tra un paio d’ore saremo arrivati alla meta. Un ultimo controllo alle armi, un pensiero che per un attimo corre lontano lontano e subito ricomincia quel disperato desiderio di combattere e farla finita con la snervante attesa dello scontro finale.

   Finito il rapporto ufficiali torno al mio plotone, già pronto per la partenza, con le parole del comandante che mi ronzano in testa e mi esaltano. La visione di quell’uomo impassibile, eroico, calmo, che fa di tutto per nascondere la bontà d’animo che gli batte nel cuore ma mal ci riesce, ci ha infuso speranza e coraggio, forza e fede:

   “Signori ufficiali, dobbiamo a tutti i costi attaccare; il Terzo lo chiede, il Terzo lo vuole. E domani, il sorgente nuovo mattino possa annunciare alla nostra Patria tutta che a Meskov giunse il 3° Bersaglieri, splendido anche nelle tempeste, forte e ammirevole nelle battaglie, a nessuno secondo. E a Meskov passò o finì il più bel reggimento d’Italia, quel reggimento che mai ha contato i suoi morti, che mai ha misurato il sangue versato, che mai ha chiesto ai suoi bersaglieri sacrifici di sorta perché sempre, dai suoi fanti piumati, gli furono offerti. E anche quando sopraggiunsero con le prime ombre della sera triste e grigia, le ore terribili e angosciose del suo ultimo giorno, anche in quelle ore gravi quando le anime dei miseri tremano e le fedi degli imbelli si piegano, gli spiriti crepuscolari s’interrogano e le passioni dei vili vacillano, il Terzo mai dubitò dei suoi uomini e tutto immolò su quell’altare sacro che ha per nome Patria”.

   Ha inizio l’avvicinamento al nemico. La 2a Compagnia all’avanguardia del XVIII Battaglione, il mio plotone con essa. Le squadre avanzano affiancate, in ordine sparso non soltanto sulla pista ma anche ai suoi margini e pian piano si spargono a ventaglio sulla piana distesa della steppa prospiciente la cittadina di Meskov. I plotoni vicino ai plotoni, i battaglioni pure e su un’unica linea: Diciottesimo, Ventesimo, Venticinquesimo. Le pattuglie esploranti, a circa duecento metri dal grosso, sono giunte vicino ai piedi della balka dove è ubicata la piazzaforte che dobbiamo espugnare; sulla sommità della modesta altura si vede stagliarsi nell’opaco chiarore il grosso caseggiato che una volta doveva essere la chiesa. S’odono in lontananza i primi spari mentre il mesto sole, che ogni tanto fa capolino tra una nube e l’altra, ha già imboccato la via del tramonto portandosi dietro l’ultimo guizzante barbaglio di luce che sta spegnendosi sulla immensa, piatta distesa gelata della steppa. Di pari passo i nembi densi e cupi della incipiente sera che imbruna attraversano l’orizzonte nebbioso e infuocato di Meskov.

   La marcia sulla neve è dura, lenta, estenuante ma gli uomini, curvi, avanzano sempre. In qualche punto del piatto terreno, battuto dal vento, si procede alla meglio, tra sobbalzi, scivoloni e cadute, su un liscio lastrone di ghiaccio; in altri tratti si arranca e si sprofonda nel manto nevoso fino alle ginocchia.

   Il cappellano militare, il caro don Bonadeo, si è portato innanzi a tutti e con un segno di croce e una voce tonante benedice i bersaglieri che muti, con gli occhi a lui rivolti, gli sfilano dintorno:

   “Io vi assolvo nel nome del Padre, del Figliolo e dello Spirito Santo”.

   Quanto bene ci fanno quelle parole; che pace infondono a tutti.

   “Aleci, se casca il mondo, che facciamo stavolta?”

   “Ci facciamo un poco più in là”.

   “E se ci becca una palla?”

   “Allora ci facciamo un poco in su, comunque tocchiamoci giù”.

   Vicino al mio plotone avanza quello di Puce. Gli ho urlato di guardare Meskov col cannocchiale fregato ai russi; mi ha risposto con delle boccacce e puntandomi contro il parabellum, fregato pure agli stessi cosacchi del Don.

   Abbiamo lasciato alle spalle il leggero pendio della collinetta ed ora avanziamo sulla piatta distesa che termina alle pendici della balka dove è ubicato quel maledetto ostacolo che dobbiamo superare. Sulla nostra destra il cielo ormai spento all’improvviso si squarcia e s’accende di lampi infuocati; il tuono sordo, rotolante, vicino dei cannoni, delle Katiuscia e i tonfi dei mortai rompono il silenzio che ci circonda. Il crepitio più attutito delle mitragliatrici, dei mitragliatori e il ta-pum dei fucili fanno eco a quel frastuono che è nato. Le scie luminose delle traccianti solcano il cielo e si spengono sulla steppa abbagliata. Sempre sulla destra del nostro schieramento i razzi illuminanti, lanciati dai russi per meglio vedere i bersagli, dopo lo scoppio e la vampata in cielo, scendono lenti, dondolanti e infuocati verso la terra spargendo dappertutto un irreale, biancastro chiarore che pare freddo chiarore lunare.

   Urla, grida, vociare confuso ma pure assordante accompagnano quel fragore infernale: la Legione croata, a fianco del nostro schieramento, è scattata all’assalto di Meskov. L’urlo di quei soldati, peraltro valorosi soldati, appanna un poco il brontolio delle armi che vomitano fuoco, fiamme e piombo sulla steppa. Il tiro di sbarramento dei russi raggiunge ben presto anche il nostro settore. Ogni tanto una accecante vampata rossastra, seguita da un secco schianto, s’accende sui nostri reparti che avanzano. Dintorno si odono grida di dolore, di aiuto e una sola parola invocata da chi è stato colpito: mamma. Dall’alto, oltre a qualche cristallo di neve, scendono su di noi frammenti di ghiaccio e di terra sollevati dalle bombe dei mortai che fanno il vuoto dove esplodono.

   “Signor tenente, il milanese è stato colpito al ventre e sta per morire”.

   Due miei bersaglieri sorreggono il soldato ferito e gli mormorano parole di coraggio. Mi chino sul caduto e gli stringo la mano che è già fredda, più fredda della neve che cade perché è un freddo di morte:

   “Addio, amico, ti lasciamo al Signore, noi andiamo avanti, per nessun motivo ci possiamo fermare; è necessario attaccare e possibilmente passare, altrimenti tutti cadremo e creperemo in questo inferno gelato. Avanti bersaglieri del Terzo, avanti oltre Meskov”.

   Alla luce dei razzi e degli scoppi vediamo stagliarsi nitida e sinistra l’ombra della vecchia chiesa che sovrasta la balka; degradante verso di noi l’agglomerato di case ed isbe difeso da linee fortificate tenute ben salde dal nemico. Luminarie, lumi, lumicini e ceri s’accendono, si spengono e si rinnovano qua e là, ma non sono luci di festa. Intorno a noi la steppa sembra un terreno vulcanico con cento e cento crateri che eruttano sprizzi di lava; pare una grande, immensa pentola in ebollizione e la neve che di bianco la copre ha lo stesso colore rossastro delle vampate e degli scoppi che da terra si elevano verso le nubi in cielo, anch’esse rosseggianti e sfavillanti insieme. I proiettili delle armi automatiche non si vedono, ma guizzanti sibili, più o meno vicini all’orecchio, ci fanno abbassare istintivamente la testa. E fino a che si avvertono tutto va bene; chi resta colpito sente solo una trafitta che gli lacera la carne in qualche parte del corpo.

   Si tenta di pensare a qualcosa, in questi frangenti, ma la mente non riesce a fissarsi su niente; manca il tempo e le sofferenze, il dolore, la pietà, la stessa morte, tutto è annullato da un inumano, perverso imperativo categorico: ammazzare e andare oltre la chiesa che muta ci attende.

   Il capitano Checchini passa nelle vicinanze del mio plotone; non lo vedo in faccia ma odo la sua voce che grida:

   “La Legione croata è stata respinta, quasi distrutta; l’assalto si è infranto sulla terza linea difensiva; elevate le perdite, tanto il coraggio, poche probabilità di riuscita nonostante alcuni reparti ancora combattano di casa in casa”.

   Giungono da lontano rumori di autocarri in movimento e anche lo sferragliare dei T-34; speriamo non siano rinforzi per i combattenti di Meskov ma colonne che sciamano in altre direzioni. Il mitra freme nella mano, il tascapane pieno di bombe aspetta; una parola passa di bocca in bocca, da reparto a reparto:

   “Baionetta, pronti per l’assalto”.

   Le baionette vengono disinnestate e distinto sento il tic-tac dei bottoni sganciati dai bersaglieri che mi seguono. Un colpo di mortaio ha colpito in pieno la II Squadra e tutti noi veniamo sbattuti in avanti come spinti da un grosso ceffone. Aleci è caduto, ma non è stato per fortuna colpito; è soltanto scivolato.

   “Che botta signor tenente, che tonfo ma il resto è intatto”.

   Dio sia lodato. Guardo indietro e vedo alla luce degli scoppi le sottili lame d’acciaio dei moschetti che emettono fiochi bagliori; le piume sugli elmetti garriscono al vento e i reparti, nonostante le notevoli perdite, sono ancora compatti e decisi allo scontro finale. Tutto il XVIII Battaglione avanza. Sulla nostra sinistra s’intravedono, al fugace chiarore che s’accende a ogni scoppio di bomba, tre isbe, tre casette che sembrano disabitate, vuote, senza segni di vita; a destra la periferia del paese è ormai poche decine di metri distante.

   D’improvviso, da quei tre tuguri, un fuoco d’inferno c’investe e s’abbatte sul nostro battaglione. Tre mitragliatrici, piazzate tra uno spazio e l’altro delle isbe, si distinguono chiaramente e vomitano a raffiche lunghe il loro rosario di morte; raffiche più brevi partono dai parabellum dei russi asserragliati dentro le case. È una vera tempesta di fuoco.

   Strisciamo sulla terra ghiacciata in cerca di qualche riparo contro quella grandine rovente, ma non incontriamo niente di niente. Se restiamo appiccicati al terreno è la fine per tutti. A pochi metri avanti, tra un lampo e uno scoppio, si scorge un rialzo della neve che corre uniforme e a lungo tra noi e le isbe; è alto circa una cinquantina di centimetri e probabilmente è un muretto di sassi, celato alla vista dalla coltre bianca, che i contadini hanno ammassato con cura durante l’aratura dei campi. Un altro similare elemento parte da quello orizzontale che tentiamo di raggiungere e corre in avanti verso l’agglomerato del paese passando di fianco, sulla destra delle isbe che ora paiono illuminate a giorno da tutte quelle vampate che nascono da quel centro di fuoco.

   I proiettili che si abbattono su di noi sollevano spruzzi di ghiaccio, di terra, di neve; molti purtroppo sono accompagnati da grida di dolore e da silenzi di morte. Quelli che colpiscono i sassi del provvidenziale muretto producono schiocchi sordi come colpi di frusta. La neve ammonticchiata dal violento marosc contro le pietre in certi tratti è alta come lo stesso muro; in altri tratti è stata letteralmente spazzata via dalle sferzanti folate di vento e il duro, gelato terreno è solo coperto da un velo di brina.

   Tutti i reparti sono riusciti, strisciando, ad attestarsi dietro l’insperato riparo. Molte macchie nere, immobili punteggiano, alle nostre spalle, la bianca distesa della steppa che abbiamo attraversato; gemiti e urla si confondono nel frastuono che è tanto. Qua e là, alla rinfusa e non con cadenza uniforme, scoppi e vampate di bombe che esplodono con lampi accecanti, specialmente quelle dei grossi mortai che scavano buche profonde sollevando per l’aria terra, gelo e corpi di vivi, di morenti e di morti. Bisogna sloggiare quei russi ad ogni costo; dobbiamo neutralizzare quei centri di fuoco che c’inchiodano a terra e non ci consentono di avanzare oltre.

   Raggiungo, strisciando sui gomiti e sulle ginocchia, il capitano Checchini che sta parlando con Spada, Puce ed altri colleghi ufficiali. Non c’è bisogno di tute mimetiche per confondersi col bianco della neve; gli indumenti, il viso, l’elmetto sono ricoperti di uno strato di brina che sembra farina appiccicata con la colla. I bersaglieri, dietro il provvidenziale riparo, rispondono al fuoco con tutte le armi; le mitragliatrici del plotone di Sica sono roventi ma i russi sono bene asserragliati e al sicuro.

   “Capitano, che facciamo? Se restiamo in questa posizione chi non crepa per una pallottola muore gelato”.

   “Lo so bene, ma andare all’attacco in questa precaria situazione e su questa maledetta piana senza alcun riparo è come andare al macello. Del resto, avanzare o ripiegare non fa differenza e più che correre possiamo arrancare sottoponendoci al tiro al bersaglio; aspettare l’aiuto dell’artiglieria o dell’aviazione è un sogno di mezza estate e inoltre i reparti degli altri battaglioni sono già impegnati nell’assalto al paese. Belle prospettive, e restare qui fermi vuol dire ugualmente morire”.

   “Signor capitano, se le isbe coi russi fossero una quindicina di metri più vicine potremmo tentare di sloggiarli con le bombe a mano, ma da dove ci troviamo è impossibile raggiungerli. D’altronde scavalcare il riparo e avvicinarsi al nemico significa farsi beccare come piccioni; però... però... strisciando lungo quel similare mucchio di sassi che corre a destra delle case, alla distanza di una trentina di metri e con un po’ di fortuna potremmo riuscire nell’intento. Signor capitano, tentiamo io, Aleci e il sergente Cappellaro. Passi parola ai reparti affinché non ci sparino addosso e faccia concentrare il tiro del plotone mitraglieri di Sica sul fianco destro dell’isba più vicina al muretto e poi... poi speriamo. Va bene?”

   “Certo, tenente, e che il Signore vi assista; ci assista. Ci rivedremo, se ve la caverete, alla chiesa di Meskov e lassù vi decoreremo con una bella medaglia d’argento sul campo. Arrivederci ragazzi”.

   “Das vidania a tutti”.

   Il sergente mi dice che andrebbe anche all’inferno pur di uscire dalla steppa; Aleci è d’accordo ma ha bisogno di un solo minuto per dire una parola a santo Donato.

   Sempre strisciando, e sotto un grandinare violento, ci portiamo al punto in cui i due provvidenziali muretti si intersecano ad angolo retto; lo spazio a sinistra è vietato, cioè porta disgrazia per il fatto che i russi ci vedrebbero subito, quello a destra invece ci occulta in parte alla vista. Se riusciremo a scavalcare indenni il riparo dietro al quale ci troviamo e, acquattandoci dietro l’altro che corre a fianco delle isbe, strisciamo per una trentina di metri in avanti, da lì vedremo proprio se anche l’inferno si può attraversare. In genere il tascapane, pieno di bombe e cianfrusaglie varie, si porta a tracolla poggiato sul fianco sinistro e con la cinghia sulla spalla destra; in questo caso però è meglio invertire la regola, cioè la cinghia sulla spalla sinistra e il tascapane sul fianco destro. Perché? È più riparato dai proiettili che il nemico può spararci addosso da sinistra, anche se il riparo è costituito dal nostro corpo. D’altro canto se un solo colpo colpisce uno dei tre zainetti, con quel carico che portano, saltiamo in aria tutti e tre e non ci ritrova nemmeno l’arcangelo Gabriele. Misura protettiva di dubbia efficacia, ma meglio che niente; l’adottiamo e senza pensare al resto. No? Chi vivrà, vedrà!

   Da distesi a rannicchiati, poi, uno per volta, come molle, il volo al di là del muretto e, in una frazione di secondo, l’atterraggio non morbido che termina con una solenne spanciata da togliere il fiato in gola, lungo il riparo che corre di fianco alla prima isba di sinistra, cioè a noi più vicina.

   Che botta, gente, quella botta! Mi pareva di essere tornato fanciullo allorché, con tutti i ragazzi del paese, andavamo a fare il bagno, d’estate s’intende, non in piscina ma semplicemente nel fiume. A quei tempi la piscina era un lusso di pochi e un miraggio per molti. Però la natura, sempre provvida, veniva incontro non soltanto a un desiderio sportivo inappagato, ma anche ad una necessità vitale dell’uomo, giovane o adulto, vecchio escluso in quanto il piacere di tuffarsi nell’acqua era un desiderio irrefrenabile trasmesso dai genomi del codice genetico all’animale a due zampe che, com’è risaputo, nasce nel liquido amniotico. I fanciulli dei monti natali soddisfacevano bisogno e piacere al Macerone, ai Due Fiumi o al Pozzone. Il primo era un tratto del fiume Reno in cui la corrente dell’acqua, interrotta da una briglia di cemento armato, alta un paio di metri, formava una spumeggiante cascata e un gran pozzo profondo largo quanto il letto del fiume, una decina di metri. Dalla briglia un tuffo nel pozzo - meglio: una grossa spanciata che lasciava il ventre indolenzito per un pezzo -, poi una ventina di bracciate, più che nello stile degli atleti, a ranocchia e quindi, di nuovo, attraverso un ripido, corto sentiero tra sassi enormi, vetiche o vinci30 di nuovo sullo sbarramento. Altro tuffo con relativa spanciata che faceva volare l’acqua fin sulle rive, e così per ore. L’accappatoio non era stato ancora inventato; l’asciugamano non potevamo prenderlo da casa perché avrebbe svelato agli attenti genitori una fugace assenza pericolosa e non autorizzata. Provvedeva anche a questa necessità la natura: nei giorni sereni un po’ di sole asciugava in breve il corpo; con tempo nuvoloso ci pensava il vento che in quella gola, dove il fiume Reno scorreva, soffiava giorno e notte anche in periodi di bonaccia. I Due Fiumi, invece, era un piccolo laghetto formato dalla confluenza del torrente Limentra col Reno. In questa naturale piscina i tuffi erano resi possibili dopo una corsetta fatta sulla riva e a volo radente sull’acqua, in quanto non esistevano argini sopraelevati. Le panciate del Macerone erano poca cosa in confronto a quelle dei Due Fiumi: se le prime erano una sberla per il magro addome, le seconde davano la sensazione di ricevere sull’intero corpo, dalla faccia ai piedi, un solenne ceffone. Anche al Pozzone, sempre sul corso del fiume Reno, un profondo gorgo d’acqua che ristagnava ai piedi di un grosso muraglione semidiroccato davanti al terreno dei Nuzzi, poco largo, si potevano fare i tuffi; tuffi da principianti però e quindi da disdegnare e da non affidare alla storia per il fatto che gli allievi atleti, i piccoli cioè che affrontavano tale cimento, erano costretti a gettarsi nel pozzo dall’alto del muro, circa tre metri, in posizione eretta e con i piedi in basso per evitare eventuali botte alla testa in qualche sasso nascosto nell’acqua.

   Ecco perché il salto a pesce oltre il muretto e l’atterraggio sul lastrone ghiacciato mi richiamarono alla mente i tuffi nel Reno. Solo la botta, questa, era decisamente più rintronante. Nessun guasto però, nessuna rottura dopo l’atterraggio; molta neve in faccia e l’elmetto o di traverso o rincalcato sul capo, niente più. Un sommesso bisbiglio, alcune irriverenze in vernacolo toscano, un’esclamazione diseducata in dialetto milanese e la solita esclamazione rivolta alla coccia di santo Donato annunciano ai vicini che i tuffi si sono felicemente conclusi. E coi gomiti e le ginocchia lentamente si avanza senza peraltro essere stati adocchiati.

   Alla luce degli scoppi si vedono chiaramente gruppi di soldati russi affaccendati muoversi tra gli spiazzi delle isbe; s’intravedono anche le piazzole con le mitragliatrici che vomitano ininterrottamente fuoco sui nostri. Fiammelle guizzanti si accendono in continuazione nei dintorni dell’agglomerato e qualche maledetto razzo illuminante scoppia sopra e vicino al nostro riparo. Decisamente però i russi non ci hanno ancora visto, questo è certo. Forse ce la possiamo fare; ancora una decina di metri e poi i lanci. Le isbe sono a una ventina di metri da noi; le postazioni delle armi automatiche sono ubicate nelle aie delle case e ben difese da ripari circolari; gli uomini, appostati dappertutto, sparano in continuazione. Non importa alzarsi in piedi per effettuare i lanci; la distanza che ci separa dai russi è minima e anche in ginocchio riusciremo a farcela correndo meno rischi di rimanere secchi in caso di scoperta.

   Pronti? Via. Tre bombe Breda esplodono contemporaneamente nei pressi delle catapecchie e prima che le vampate si spengano altre tre sono in aria lanciate con tutta la forza che ancora ci resta. E poi altro lancio, altri scoppi simultanei, altre tre vivide fiammate e un vociare confuso, un andirivieni frettoloso senza direzione e un fuoco che resta acceso e diventa sempre più grande.

   L’isba più vicina ha preso fuoco, la paglia e lo sterco di cui è fatta alimentano in breve l’incendio; il sogno si avvera, è la fine di un incubo e siam certi che anche l’inferno si può attraversare. Aumenta la confusione tra i russi che ora sparano a destra a sinistra in avanti senza un unico, preciso bersaglio; ombre e figure distinte si muovono in ogni direzione sorprese e impaurite dal chiarore che aumenta sempre di più e le pone alla vista dei bersaglieri che ancora sono attestati dietro il muretto.

   Ci alziamo in piedi e le altre bombe lanciate scoppiano nel punto preciso dove la mente ha inteso inviarle. Anche la seconda isba ha preso fuoco e in un attimo è un grande falò; lo spiazzo dove i russi sono sistemati a difesa è ora illuminato a giorno. Si fanno più rade le raffiche delle mitragliatrici; anche le scariche dei parabellum e i ta-pum dei fucili a poco a poco diminuiscono d’intensità.

   All’improvviso un urlo alle nostre spalle copre il frastuono dintorno; un grido che spazza la steppa gelata e come una violenta sferzata di vento toglie a tutti la voglia di resistere: avanti, Savoia! Le fiamme sono diventate un unico rogo, i bersaglieri avanzano con le baionette tese in avanti, i russi si perdono nel buio poco distante, il Diciottesimo è partito all’assalto della piazzaforte di Meskov.

   Appoggiati al muretto assistiamo commossi e increduli alla urlante corsa dei nostri fratelli che travolgono le poche resistenze fra gli scheletri in fiamme delle isbe e puntano sulla chiesa. Molti bersaglieri del mio plotone si fermano presso di noi e ci abbracciano. Avanti ragazzi, non posiamo fermarci, altrimenti perdiamo il treno per l’ovest; bisogna raggiungere i reparti del battaglione che già combattono fra le case del grosso paese. La chiesa, dall’alto, muta e attonita ci guarda e forse ci aspetta.

   Si riparte e di corsa, ora che il traguardo è vicino, senza pesare le forze che ancora ci restano. Raggiungiamo la periferia e dintorno, tra casa e casa - meglio tra isba e isba - è tutto un inferno di fuoco, di piccole vampate grandi e piccole, di raffiche lunghe e brevi, di scoppi più grandi, di falò che all’improvviso si accendono e spargono vicino un freddo chiarore. L’avanzare è lento perché oltre la resistenza dei russi il terreno che ci conduce alla vetta della balka, alla chiesa, è in leggera salita.

   L’urlo dei bersaglieri che vanno all’assalto copre i gemiti dei feriti, le invocazioni dei morenti, tutto; non c’è spazio e tempo per il dolore, la misericordia, per atti umani o fraterni: uccidere o essere uccisi, ammazzare e non solo ferire. Vicino ad ogni corpo che si staglia sulla neve un grumo di sangue; un bersagliere che avanza e uno che cade, molti colpiti alla schiena dai russi nascosti nelle case e negli anfratti delle strade, isbe che s’incendiano quando si riesce a capire da dove il nemico ci tira al bersaglio. La cosa più tremenda non è quella di veder cadere un avversario colpito dall’arma che porti (non dice niente al cuore e alla mente ormai divenuti organi di bestie qualsiasi); è l’affondare il pugnale o la baionetta in un corpo che ti fa ancora rabbrividire.

   I razzi e gli incendi illuminano scene infernali, dantesche. La canna del mio mitra è rovente; ogni raffica apre un pezzo di strada che poco dopo si richiude per altri che seguono. Una bomba di mortaio scoppia a pochi passi da noi e fa il vuoto dintorno; da un’isba mezza diroccata un parabellum ci coglie di sorpresa e di fronte. Due bersaglieri che mi sono al fianco cadono a terra con un roco grido, un terzo, colpito alle gambe, si rotola lungo il pendio. Tutti i proiettili del quarto caricatore rimastomi li indirizzo, in una sola raffica, contro quell’avanzo di casa. Poi, con un calcio spalanco la porta, entro nel vano e sparo su tutto ciò che si muove o intravedo nel tenue chiarore.

   Esco, chiamo Aleci ma non sento risposte; corro per alcuni metri sul pendio, urlo con quanto fiato ancora mi rimane il nome del mio attendente, ma non sento risposta.

   Anche Cappellaro, che stava entrando nell’isba di fianco per snidare alcuni tiratori appostati, non mi risponde.

   Tutti avanzano in ordine sparso facendosi strada a colpi di fucile o con le bombe a mano puntando sulla chiesa che ormai si staglia vicina. Un bersagliere mi chiede se ho un caricatore da dargli per il suo moschetto vuoto.

   “Non ne ho, amico; mi sono rimasti due soli caricatori per il mitra ma posso darti la rivoltella; ci sono sette colpi soltanto, usali bene!”

   “Grazie, signor tenente, una volta finiti mi resta la baionetta e quella son certo che mi basterà fino alla chiesa ed oltre”.

   Istintivamente mi tocco la schiena e sento che il pugnale che porto giorno e notte con me è sempre al suo posto; meglio così perché fra poco potrebbe servirmi.

   I bersaglieri urlando avanzano ancora sulla salita che ora si è fatta più ripida e che termina sul grande spiazzo antistante la chiesa; molti sono ormai giunti alle ultime case; altri sono fermi dietro qualche riparo o perché feriti o per riprendere un poco di fiato per l’ultimo balzo finale. Dietro l’angolo di un’isba alcuni russi sparano sui nostri come al tiro al bersaglio; li ho visti chiaramente alla luce di uno scoppio di una bomba. Aggiro strisciando la casa, li vedo e una raffica di mitra riporta il silenzio dintorno.

   “Grazie, signor tenente”, è la flebile voce di un bersagliere caduto, morente, e non è solo; altri tre sono a terra presso di lui ma non possono più dire niente.

   Ci hanno beccati come delle reclute da quella maledetta casetta; ora però posso riposare contento perché anche loro sono stati ripagati in egual modo. La faccia del bersagliere è una maschera di sangue; dalla bocca gli esce un rivolo di bava rossastra che ad ogni parola emessa sembra gorgogliare; probabilmente un proiettile gli ha attraversato un polmone. Con un ginocchio a terra mi chino sul ferito e gli chiedo a che reparto appartiene. A stento, con le mani, mi fa capire che è del Venticinquesimo e con un rantolo aggiunge:

   “Del Terzo”.

   “Coraggio, amico, fra poco anche noi verremo con te e ci riposeremo lassù, in alto, nel cielo dove troveremo il sereno, il tepore, la pace”.

   Le ultime parole però deve averle udite soltanto il gelido vento del nord che sibila dintorno e tenta, invano, con le sue folate rabbiose di spazzare gli orrori, le bestialità, i dolori di questa stramaledetta guerra feroce. Infilo nel serbatoio del mitra l’ultimo caricatore rimastomi e riprendo a salire urlando ogni tanto i nomi di Aleci e di Cappellaro, ma invano. Ancora una decina di metri e poi anch’io sono sullo spiazzo di fronte alla chiesa dove decine e decine di bersaglieri corrono urlando per andare oltre.

   D’improvviso, su quel vasto raduro che stiamo attraversando, s’abbatte un diluvio di fuoco di armi automatiche e di grossi mortai. La stessa chiesa si è trasformata in un immenso altare dove si accendono e si moltiplicano fiammelle di ceri, candele, luminarie e [così] in ogni dove dell’edificio e delle isbe attorno. Tutto il fuoco dei difensori russi si è concentrato su quel breve tratto di fronte; in siffatta situazione e senza più munizioni è assurdo continuare ad avanzare e morire.

   Una voce passa da reparto a reparto e raggiunge i bersaglieri che già si trovano sulla piana della balka e quelli che stanno sopraggiungendo:

   “Ripiegare alla base”.

   Scendiamo il pendio dell’agglomerato che così faticosamente eravamo riusciti a salire e ci dirigiamo verso la periferia e la steppa dalla quale eravamo partiti all’attacco. Morti e morti rigidi all’intorno; lamenti e invocazioni di aiuto di feriti; gemiti e rantoli di morenti ci accompagnano; sporadiche raffiche di mitra, radi colpi di fucile e di qualche mortaio che ancora possiede munizioni ci salutano.

   Ritto, immobile, col bastone puntato verso Meskov il colonnello assiste muto al ritorno dei bersaglieri che si trascinano stremati verso il punto di raccolta. Il suo viso, la sua persona non hanno un minimo sussulto anche quando una grossa bomba di mortaio gli scoppia vicino. Sparisce alla vista dopo la vampata e lo scoppio del proiettile poi, di nuovo, riappare nella stessa posizione di prima. Sembra uno sperone di roccia che né tempeste, né uragani riescono ad abbattere. Chi l’ha conosciuto, sa bene che non temeva nemmeno la morte ed amava il 3° Bersaglieri molto più di se stesso. Forse il Signore lo protegge; speriamo lo salvaguardi ancora perché proprio in questi terribili frangenti maggiormente abbiamo bisogno di Lui.

   Tutti cercano munizioni; quelle che vengono distribuite sono state in parte raccolte e racimolate da feriti o morti, che sono tanti. Da lontano giungono distinti il rumore di autocarri e lo sferragliare dei carri armati che si dirigono in direzione delle balke di Miklin. Forse sono i rinforzi che i difensori di Meskov, anch’essi duramente provati e stremati, stanno aspettando. Noi invece non speriamo in aiuto alcuno; siamo soli con la stanchezza tremenda che ci opprime, col freddo glaciale che ci intorpidisce le membra e il corpo, con la sola speranza che ancora non muore. Se il nemico ci sorprende su questa landa brulla e ghiacciata, indifesi, senza cibo e munizioni, senza pezzi anticarro, senza niente di niente, fa una strage di noi. Tutti sono consapevoli che è necessario raggiungere la chiesa di Meskov e andare oltre, oppure sistemarci a difesa sulla cima di quella modesta balka che è pur sempre un’altura sopraelevata difendibile, oltre che un sicuro riparo contro il gelo e sperare così in qualcosa per l’incerto domani. Restare nella steppa all’addiaccio e in queste condizioni significa sicuramente morire; di freddo o con una pallottola poco importa, è sempre un morire sicuro.

   Con la stanchezza che ci annienta, con la temperatura polare che ci paralizza le membra, coi carri armati che da un momento all’altro possono scendere dalle balke vicine, restare dove siamo è soltanto un suicidio collettivo. I bersaglieri si stanno riunendo nei vari reparti di appartenenza, purtroppo decimati nell’assalto. Breve, meritato riposo per riprendere fiato e un poco di forza. Il fuoco di sbarramento dei russi è ora debole e sporadico; alcuni colpi di mortaio e di artiglieria scoppiano qua e là senza far troppi danni.

   Rapporto ufficiali. Viene deciso un secondo attacco alle posizioni difensive dei russi. Ufficiali e bersaglieri son tutti d’accordo con questa decisione; unica, logica decisione per uscire dalla critica situazione in cui ci troviamo. Il colonnello, col bastone puntato verso la chiesa, muove, com’è solito fare, per primo verso la periferia del paese; i bersaglieri, concentrati ora su un limitato settore, lo seguono con il solito impegno, lo stesso coraggio, l’immutata speranza di passare oltre il cerchio.

   Sotto un debole fuoco di sbarramento si arriva presto alla periferia di Meskov da dove ha inizio l’attacco. Non mi sono vicini, in questa occasione, né Aleci e Cappellaro, né Sozzi e Birelli; quanti amici mancano all’appello! Mi si stringe il cuore ma il loro ricordo mi sprona, m’infonde forza e coraggio, trasudo di rabbia. Avanti, Savoia!

   La resistenza dei russi sul pendio e tra le case è modesta; parecchi bersaglieri raggiungono in breve le vicinanze dello spiazzo antistante la chiesa e qui la reazione del nemico è violenta. Si spara da ogni parte e da ogni direzione, ma restano ancora una cinquantina di metri da percorrere e poi è fatta. Signore, dacci ancora una volta una mano, ne abbiamo bisogno. Innesto nel mitra l’ultimo caricatore e di corsa supero il breve spazio in salita che mi separa dalla piazza antistante la chiesa, seguito da molti bersaglieri del mio plotone.

   “Avanti, all’assalto”, e poi all’improvviso un lampo rossastro mi acceca e uno scoppio assordante, seguito da una trafitta alla mano sinistra che sorregge l’arma puntata in avanti, mi scaraventano con un tonfo all’indietro, come se fossi stato colpito da un tremendo ceffone di vento.

   Non ricordo quanto tempo è trascorso da quella rovinosa caduta; ricordo soltanto che ad un tratto la guancia poggiata sulla neve gelata mi risveglia da quell’improvviso torpore. La testa mi ronza come un alveare arrabbiato; sulla schiena mi sembra si siano abbattuti nodosi bastoni, la mano mi duole e la sento calda come se l’avessi immersa in una bacinella di acqua tiepida. Odo nelle vicinanze un vociare confuso e sommesso, ma il linguaggio non è quello del mio paese. La bianca pianura davanti alla chiesa è deserta e costellata da informi figure immobili; rauchi e flebili lamenti s’odono qua e là; rade fiammelle s’accendono lungo il pendio che porta alla periferia del paese; brevi raffiche e colpi isolati s’odono nel buio rischiarato in vari punti da isbe che bruciano.

   L’attacco dei bersaglieri è certamente fallito. Mi alzo indolenzito e guardingo, raccolgo il mio mitra e discendo, a saltelli e zigzagando tra l’abitato, il declivio che porta alla steppa evitando i falò che spandono attorno una vivida luce, un pericoloso chiarore mortale. Molte altre ombre di figure ben note si dirigono verso la nostra base di partenza; sono bersaglieri che ripiegano. Sulla mia destra, da una piccola valletta defilata alla vista e circondata da alcune catapecchie e qualche betulla, s’alza improvvisa una voce ingrandita da un altoparlante a tutto volume che con un tono metallico e gelido, irritante ripete in un italiano stracciato la solita frase prescritta:

   “Soldati italiani, fratelli arrendetevi; i russi vi tratteranno benissimo e vi rimanderanno molto presto in Italia; fratelli arrendetevi”.

   Nel mitra c’è ancora un caricatore, ma non ricordo se è vuoto o pieno. Mi avvicino ad una ventina di metri da quel covo dove par prenda vita quella voce di fratelli, forse bastardi, e faccio partire un colpo. Ci sono ancora munizioni nel serbatoio e il dito che si è ritirato dal grilletto lo preme di nuovo e con forza e fa partire una scarica lunga, ininterrotta, lanciata nel buio verso quella sinistra voce che parla italiano ma sa tanto di russo. Poi correndo e arrancando raggiungo presto la base dove i resti del Terzo stanno riunendosi.

   Il tappeto bianco alle spalle è cosparso di morti, morenti, feriti che invocano aiuto e conforto. Nessuno può far niente per loro, nessuno. Molti bersaglieri sono seduti, altri sdraiati, diversi in piedi. Nel gruppo centrale intravedo la figura del colonnello e sento la sua voce ben nota che parla ai vicini e ai lontani:

   “Bersaglieri del Terzo, non abbiamo più munizioni per combattere, siamo stremati dalla stanchezza, intorpiditi dal gelo, senza un riparo e niente per fermare i T-34 che all’alba scenderanno dalle balke vicine per finirci. Ascoltate, fanti piumati: fermarsi in questo bianco deserto vuol dire morire di freddo; aspettare in queste condizioni l’alba significa morire ugualmente per mano dei russi. Voi tutti, soldati e ufficiali, anche nella sconfitta siete stati degni del Terzo”.

   E preso sotto braccio l’aiutante di campo, col bastone puntato a nord-est urla perchè tutti lo possano intendere:

   “Ritiriamoci a Konovalov, le isbe del paese ci offriranno almeno per qualche ora tepore e riposo, allevieranno in parte la tremenda stanchezza che tutti ci opprime e fors’anche ci daranno un poco di pace. Bersaglieri, attenti. Un minuto di silenzio per i nostri morti, un addio ai fratelli caduti nella steppa gelata, onore per tutti”.

   E s’avvia, con passo lento e ancora deciso, per la strada che porta a Kalmikov-Konovalov, seguito dai resti del reggimento e dai sopravvissuti ai due assalti alla piazzaforte di Meskov. Molti di noi si trascinano dietro dei compagni leggermente feriti e l’incedere sulla pista è duro come il salire verso la chiesa. Dall’alto della balka un ultimo sguardo alla bianca distesa che lasciamo alle spalle; un fraterno pensiero ai tanti fratelli rimasti e, affranti, col respiro affannoso e il dolore nel cuore, via di nuovo arrancando tra la neve e il gelo di quella pista ghiacciata, sferzata, spazzata dal gelido vento del nord che ghignando ci segue.


   Le tiepide isbe di Kalmikov-Konovalov ci offrono un umano riparo. In ogni angolo e sul pavimento, dove ciascuno di noi arriva, ci accasciamo, ci sdraiamo non chiedendo al Signore e agli altri nient’altro che un po’ di riposo, e un’ora di sonno.

martedì 4 febbraio 2014

Memorie di un celoviek Bersagliere: Capitolo 3




17 dicembre: i russi all’attacco delle nostre retrovie

Spunta tra l’incerto chiarore il giorno 17 dicembre 1942. Sono le otto del mattino e l’alba comincia appena a distendere sul paesaggio, sugli uomini, su tutto le prime, incerte e timorose luci. È un’alba grigia come gli eventi che gravano su di noi e stanno scivolando verso un tragico epilogo. Essa stessa, l’alba, pare sorpresa di vederci ancora attestati sulle trincee di Migulinskaja, per questo stenta a spuntare. Il freddo è intenso e il termometro segna trenta gradi sotto lo zero. Ogni tanto una sferzata di gelido vento schiaffeggia il viso; alcuni cristalli di neve ghiacciata dondolano per l’aria, scendono, risalgono, volteggiano un poco e poi cadono a terra per rialzarsi in un turbinio vorticoso assieme a tanti altri. Ovunque, su tutta la linea, silenzio profondo e una calma irreale turbata solo da un lungo brontolio non troppo distante. Quanto pagheremmo per un’ora di riposo, e in un dolce tepore!

   Dal Comando di reggimento giungono brutte notizie, sempre più brutte. I russi attaccano le nostre retrovie. Gli uomini validi, scritturali, furieri, medici, infermieri, gli addetti alle salmerie, tutti insomma sono sulla linea di difesa a contrastare le forze nemiche che tentano di accerchiarci. Gli attacchi sempre più veementi; la resistenza dei nostri accanita. Il colonnello, e giustamente, vuole difendere Miklin a tutti i costi. Una compagnia del nostro battaglione corre in aiuto ai difensori. La base del 3° Reggimento è stata occupata; i rifornimenti interrotti e distrutti, i nostri bagagli perduti.

   Chissà che fine avrà fatto la mia cassetta d’ordinanza, chiusa con un grosso lucchetto, che custodiva la nuova divisa da ufficiale per il tempo di pace o le cerimonie, l’altezzoso cappello con le lunghe penne nere e lucenti, la superba mantella con le mostrine cremisi, la sciabola ricurva, i rigidi stivali e la sahariana impermeabile donatami dai miei genitori il giorno in cui tornai a casa da Besozzo per salutarli e poi subito partire per la sconosciuta Russia. Cara, amata cassetta con dentro i miei piccoli, grandi tesori e che per tutto il lungo peregrinare, da Milano al Don, mi aveva seguito come una fedele compagna di vita. Chissà dove sarà finita e chi mai lo saprà!

   Per ben due volte i bersaglieri delle retrovie e del Comando respingono con le baionette i russi che avanzano. Un portaordini, giunto da Miklin, ha visto il colonnello ritto sulla linea del fuoco, appoggiato al bastone, incitare i suoi fanti piumati al contrattacco e guardare in faccia il nemico. Non si è riparato un istante ed è rimasto in quella posizione finché i russi non sono indietreggiati. Certamente Iddio lo protegge perché non è stato ancora colpito. Forse il mitico e leggendario colonnello Caretto24, medaglia d’oro caduto sul campo alla testa del 3° Bersaglieri all’attacco veglia, dall’alto dei cieli dove si trova il paradiso santo degli eroi, sul suo reggimento e sul suo successore, il colonnello Luigi Longo.

   “Bersaglieri”, urla, mentre guida i soldati all’assalto, “siate pure oggi degni del Terzo”.

   I fanti piumati hanno rimesso sull’elmetto il piumetto tolto per ordine del generale comandante della Divisione Celere quando il reggimento ritornò sulla linea del Don. Molti di noi pensano che si stia per andare ad un ballo di gala e quindi è giusto agghindarci al meglio.

   Improvvisamente sulla destra del nostro schieramento, sul tratto di fronte tenuto dal 6° Reggimento, scoppia l’inferno. Non riusciamo più a vedere nemmeno il suolo che è tutto coperto da una densa e rossastra nube infuocata. Le Katiuscia, anche 40 razzi contemporaneamente, vomitano senza sosta ferro e fuoco; i pezzi d’artiglieria, grossi e piccoli calibri, fanno altrettanto. Rumori tuonanti di scoppi, frastuono assordante di cingoli e di motori completano l’orchestra funebre che suona sul reggimento fratello. Arrivano anche gli aerei e la terra, violentata e percossa da tanto fragore, trema anche sotto i nostri piedi.

   E noi? Perché ci lasciano in pace? Mah! Alle dodici e trenta raggiungo il nostro caposaldo avanzato. Il mio plotone dà il cambio al Primo; per due giorni saremo di stanza su quel piccolo fazzoletto di terra ancor nostro.

   Mi telefona il capitano Checchini che è stato a rapporto dal comandante di reggimento. Pare che la 197a Divisione russa, una divisione addirittura, attacchi il 6° Reggimento a noi vicino. Il XIII Battaglione, dopo un’eroica resistenza, è stato travolto dalle soverchianti forze nemiche; il IX e l’altro stanno arretrando combattendo per sottrarsi all’accerchiamento. La situazione del nostro Terzo diventa di ora in ora sempre più critica; aspettiamo gli eventi da un momento all’altro e siamo certi che non potranno essere che terribili.

   L’attesa più di ogni altra cosa ci snerva e ci opprime. Due bersaglieri, in una postazione della trincea, sono stati colpiti alla testa dai soliti tiratori scelti russi che sparano solo a colpo sicuro; qualcuno di loro è stato ripagato con la stessa moneta. Un colpo d’artiglieria isolato ha distrutto un piccolo tratto di camminamento sul fronte del II Plotone, senza troppi danni; i bersaglieri stanno rinforzando le ridotte e le postazioni dove le fedeli Breda e i mitragliatori fanno buona guardia. Quasi nessuno riesce a terminare la già ridotta razione di cibo; quella maledetta attesa è così irritante da lenire fame, freddo, tutto.

   Sempre più distinto s’ode il brontolio dei mezzi russi che avanzano verso ovest nella breccia apertasi sul tratto di linea tenuto dal Sesto; anche lo sferragliare dei temuti T-34 ogni tanto ci arriva alle orecchie portato da una folata di vento che ci schiaffeggia la faccia. E noi non possiamo far niente; sentire, vedere e, nella spasmodica attesa, soffrire e sperare. Ci chiediamo perché questa volta non chiamano il Terzo a tappare, come tante altre volte accaduto in passato, le falle apertesi in altri settori del fronte o in aiuto del reggimento fratello. Chissà poi perché? Noi dobbiamo star fermi sulle posizioni conquistate e, in caso di attacco nemico, resistere ad ogni costo; questo è l’ordine ricevuto.

   Una sentinella ha dato l’allarme al caposaldo avanzato. Mi precipito all’osservatorio col sergente: una grossa pattuglia russa, in lontananza, compie un giro di perlustrazione seguendo il corso del fiume e si sta avvicinando; è a tiro. Ragazzi, quei tovarisc devono sapere che siamo ancora vivi e che le infiltrazioni sul fronte del Terzo si pagano care; pronti con le mitragliatrici, i chicchirichì25 iniziano a cantare.

   I soldati russi non si vedono più e tornano la calma e il silenzio. Calma insopportabile che diventa di ora in ora sempre più opprimente; maledetto silenzio che incombe su tutto e su tutti e ci rende nervosi. Il freddo è meno intenso di ieri, forse siamo al di sotto dei venti gradi; il cielo è plumbleo e grosse nubi, dense e basse, corrono veloci sopra le nostre teste al pari dei nostri pensieri. Cadono i primi fiocchi di neve che tra poco diverranno furiosa tormenta.

   Ore 17. Ci telefonano che il piccolo cimitero del Terzo, ubicato nei pressi di Miklin, è stato occupato dalle forze russe. Tra l’incerta luce che muore ci sembra di vedere le diafane ombre dei nostri morti vagare minacciose e solenni tra le profanate tombe. Soltanto quei neri fantasmi ora staranno a guardia di quel bianco fazzoletto di terra dove, all’ombra di piccole croci tutte uguali, dormono il sonno eterno i nostri fanti piumati; adesso, solo loro accoglieranno i nuovi morti per accompagnarli su nel paradiso dove riposano i caduti che hanno dato la vita per la cosiddetta Madre Patria.

   Puce e Spada mi spediscono, a mano, degli eccellenti sigari tedeschi; sono profumati, leggeri e non certo come i nostri toscani mozzafiato; mi serviranno egregiamente per ingannare il tempo senza tempo che si trascorre nel caposaldo avanzato. Telefonano dal Comando di compagnia che Puce, con una pattuglia, sta uscendo per perlustrare la terra di nessuno.

   Nell’imminenza dell’attacco il cappellano militare ha ottenuto il permesso di fare visita ai suoi bersaglieri in trincea; fra poco arriverà anche al caposaldo. Gli mando incontro quattro bersaglieri per scortarlo fin qua.

   “Salve cappellano, quanti ne hai assolti oggi? Ti fermi questa notte con noi a non riposare? Spero di sì; la tua presenza sarebbe oltremodo opportuna perché se i russi attaccheranno saremo noi i primi ad aver bisogno di te per l’assoluzione, non ti pare?”

   “Smettetela di scherzare, incoscienti; siamo in un mare di guai e speriamo che Iddio ci protegga, che la Madonna vegli su tutti noi”.

   L’erede del leggendario Don Mazzoni26, il nuovo cappellano da poco arrivato al Terzo, è in gamba anche lui. Si chiama Don Bonadeo, ma noi l’abbiamo battezzato scherzosamente Don Buondio27. I bersaglieri lo rispettano, lo amano, sanno che nei momenti più tristi e difficili, dove cruenta si svolge la lotta, arriverà con il prete una buona parola, un conforto, l’ultimo paterno abbraccio del giovane cappellano bersagliere.

   Il XXV Battaglione del nostro reggimento è nuovamente investito dall’urto di soverchianti forze nemiche. L’11a Compagnia è stata attaccata da un battaglione russo; il rapporto di forze è di tre a uno, ma i nostri ancora resistono. Il nuovo giorno che sta sorgendo si arroventa fin dalle prime ore del mattino.

   Mi telefonano che i bersaglieri del tenente Brandirle, con le piume al vento e le baionette rivolte al nemico, sono scattati per la terza volta al contrattacco. E dopo tanto ferro, dopo molto fuoco e chissà quanto sangue la linea del fronte è ancora nostra. Il colonnello, noi, tutti stentiamo a credere come pochi uomini abbiano potuto arginare quella marea montante e urlante. Estrema, forse ultima e ignorata visione di fulgido eroismo italiano che oggi sa di leggenda e domani si perderà nel freddo ricordo del niente.

   Un giretto attorno al perimetro del caposaldo mi rincuora e serve a scacciare i tristi pensieri che arrovellano il cervello già stanco. Gli uomini sono vigili e calmi, stanchi ma sereni; più che la fatica fisica causata dalla veglia continua e senza riposo, è la snervante attesa di qualcosa che deve avvenire ma che non si sa cosa sia né quando sarà che ci opprime. L’attesa è lo sforzo che a poco a poco mina il fisico, la mente, il cuore e i nervi già a fior di pelle; è lo stress che ci deprime e ci affatica.

   Verso mezzogiorno, tra uno squarcio di nubi dense e nere, fa capolino un tenue, freddo raggio di sole timoroso come una fanciulla innamorata, sempre bello, però. Alla destra del nostro schieramento, sul fronte tenuto dal XXV Battaglione i combattimenti sono ripresi con più violenza che mai; fra poco anche il Diciottesimo e il Ventesimo saranno coinvolti nella grande battaglia finale.

   Eroico reggimento il Terzo, compatta e gagliarda unità di guerra, dura lega di energie, di volontà intrepida e di temeraria arditezza fuse nell’abilità manovriera e in una rigida disciplina, che in dieci mesi di dura campagna militare ha dato lustro alla sua tradizione, al suo ceppo e al suo nome. Chiamato alla battaglia nel cuore della grande Ucraina, dopo centinaia e centinaia di chilometri di marce tremende, imponeva all’avversario la invitta superiorità delle sue baionette e con lena inesausta e travolgenti assalti sgominava ripetutamente grossi nuclei di retroguardie nemiche occupando il bacino carbonifero di Krasny Lutsch e poi marciava vittoriosamente attraverso il bacino minerario del Donez riaffermando, in rischiose e fulminee azioni, l’ammirevole audacia e la forza terribile dei suoi battaglioni. Incaricato della difesa di un delicato settore di fronte; ridotto e decimato dalle perdite subite nei sanguinosi combattimenti; esposto ai rigori di un freddo, terribile inverno, reagiva con fede incrollabile e indomito coraggio, arginando l’urto di forze nemiche dieci volte superiori coi petti e con l’anima dei suoi fanti piumati. Vinta la furia rispettabile dell’avversario, scagliava i suoi piumetti in una scia di sangue oltre le posizioni riconquistate e si attestava infine sul fronte del mitico, placido Don28. Nipro, Stalino, Serafimowic, Jagodny, Gorlowka, Dniepropetroswk, Iwanovka, Stanzia Iassinovataja sono alcune delle stelle vittoriose e lucenti del suo cammino in terra di Russia, cammino di morte e di sangue che costò al reggimento piumato il 90% della sua forza combattente e che destò l’ammirazione di nemici ed amici. Anche i comandi tedeschi, sorpresi, ammirati dal coraggio dei bersaglieri del Terzo resero omaggio e gloria al valore di questa unità combattente. Possa l’Iddio degli eserciti, finché la pace non regni sulla terra, aggiungere a quelle gloriose tappe del suo andare un’altra fulgida vittoria: Meskov, a te e per te Terzo eroico.

   Guerra feroce e maledetta,questa combattuta in terra di Russia, ma pur sempre guerra; non certo amata, tanto meno voluta anche dai fanti del 3° Bersaglieri, ma combattuta dai soldati italiani con l’eroismo e l’abnegazione di sempre e in ogni dove della terra perché così voleva la Patria, l’Italia, oggi come ieri.

   Chi un giorno leggerà queste storielle, certo fuori dal tempo e sbiadite dagli anni, dica pure che gli sembran zirudelle ma non che fanno male, neppur danni. So ben che tali fatti, anzi misfatti, non interessan niente ed a nessuno; che tal pensare e ragionar da matti non può esser compreso da qualcuno. So pure che il linguaggio in uso allora era uno sciocco parlar fine Ottocento, che oggi né babuske, né ardose29 l’userebbero manco per parlar col vento. Ieri però c’eran la Patria, l’onor, anche i fratelli e il valor, il coraggio e il 3° Bersaglieri; forse eran falsi miti, certo, ma sol quelli ci sembravano giusti e veritieri.

   Il tempo si è fatto sereno; un sole freddo ma sempre sole sbircia tra le rade nubi e guarda, più attonito che lucente, ciò che accade in questa desolata landa di steppa ghiacciata. Un aereo tedesco volteggia come un falco su in cielo; due caccia russi gli fanno la ronda, non certo la corte. Secche virate, cabrate veloci, impennate e picchiate folli, scivolate d’ali e poi una lunga, nera nuvola di fumo. È un caccia russo che precipita a terra; l’altro vira e si perde nel lontano orizzonte. L’apparecchio tedesco continua a volare e a guardare; forse è un ricognitore.

   Rientra alla base una nostra pattuglia; i russi si stanno ammassando numerosi di fronte al settore tenuto dal XXV Battaglione ma per ora non si notano truppe corazzate. Meno male. La mattinata è passata senza eccessive novità; ora sono le sedici del pomeriggio e già tutta l’aria imbruna. Tra poco scenderà il buio e coprirà con la sua nera coltre uomini, cose, tutto facendoci sentire in tal modo sempre più soli e più insofferenti di prima.

   “Signor tenente”, urla il fido Aleci, “c’è il comandante di compagnia al telefono, corra che ha fretta”.

   “Pronto, signor capitano, qui è il comando del caposaldo avanzato, sono Cecchini, agli ordini”.

   “Ascolti bene, tenente, ciò che sto per dirle. Il signor colonnello, con poche spiegazioni e meno parole ha trasmesso a tutti i reparti del Terzo quest’ordine che con urgenza dobbiamo eseguire: ‘Fra un’ora esatta il reggimento abbandonerà il fronte e ripiegherà su Meskov. Siamo accerchiati da forze nemiche corazzate e da una divisione della Guardia; la strada per Meskov sembra ancora libera ma la cittadina è già saldamente in mano ai russi. Dovremo attaccare le loro difese e proseguire per attestarci su una nuova linea di difesa a sud-ovest. O passeremo oltre Meskov o sarà la fine per il Terzo; o morti o prigionieri, o uccisi dal nemico o dal freddo. Avverta tutti gli ufficiali e i bersaglieri che il colonnello sarà alla testa dei reparti durante la marcia di ripiegamento e all’assalto della piazzaforte di Meskov dove dovremo per forza arrivare e attaccare. E passeremo o ci fermeremo per sempre. Bersaglieri, siate come per il passato, degni del Terzo. Siamo l’unico reparto dell’Armata, oltre le divisioni alpine, attestato sulle rive del Don, ma ora dobbiamo per forza arretrare’. Non c’è altro tenente; esegua l’ordine e abbandoni subito il caposaldo avanzato dopo aver trasmesso a tutti i soldati le parole del colonnello. Ci ritroveremo fra mezz’ora al Comando della 2a Compagnia”.

   “Signorsì, signor capitano, agli ordini”.

   Il telefono mi cade di mano; lo sguardo è fisso nel buio verso il grande fiume; la mente mi sembra entrata in un alveare impazzito. I bersaglieri vicini mi guardano come se avessero di fronte un essere umano che ha perso il ben dell’intelletto. Aleci mi scuote per un braccio:

   “Signor tenente, che cosa succede? Vi sentite male?”

   Ritirarci? Perché ritirarci da queste trincee che sono ancor nostre? E se dobbiamo morire perché non finire in questo luogo dove ci siamo costruiti la casa? E i nostri feriti? E i morti che riposano nel piccolo cimitero di Miklin?

   “Sergente, passi parola, è un ordine: prendere armi e munizioni, distruggere il superfluo e poi correre subito al Comando di compagnia; 1a Squadra in avanguardia, Seconda al centro, Terza di retroguardia. Ritirarsi, concentrarsi a Migulinskaja, puntare su Meskov e attaccare”.

   Sono le 17,40 del 19 dicembre 1942; il fato inesorabile, il destino immutabile, l’avversa sorte accompagnano gli uomini del Terzo, le cose, tutto verso un immeritato epilogo finale.

   Il ripiegamento ha inizio: apre la marcia il XVIII Battaglione con la 2a Compagnia, poi il Ventesimo e infine il Venticinquesimo, già provato dai recenti combattimenti sopportati. Tutti i bersaglieri sono consapevoli di ciò che li attende; ognuno si rende conto dell’alternativa cui si va incontro. Ci pare di vivere in queste poche ore ancora calme un tempo incalcolabile della Storia.

   Apre la marcia il mio plotone rafforzato da due squadre mitraglieri del caro, fraterno amico Mario Sica, un bersagliere senza macchia e senza paura. Siamo collegati con gli altri reparti del battaglione, i fianchi protetti da pattuglie esploranti, in coda il plotone di Spada poi il grosso del battaglione.

   Alcuni fuochi arretrati sono rimasti nelle trincee per coprire il ripiegamento della truppa. Uno sguardo ogni tanto all’indietro; un saluto muto e triste alla nostra linea difensiva scavata nella terra gialla ora gelata, al lembo di steppa irrorata dal sangue dei fanti piumati d’Italia, al plumbeo e cupo cielo che ha visto per lungo tempo garrire al vento il tricolore nostro; un addio ai cari fratelli che riposano in pace nei nostri piccoli cimiteri di guerra dopo aver dato tutto, vita compresa al Terzo e alla Patria; un pensiero al placido Don che tanti di noi, dormendo, hanno sognato come un mitico fiume ed ora, desti, ci è apparso come un semplice fiume, anche ingrato perché, già gelato, non ci ha più difeso, anzi ha facilitato al nemico il passaggio di uomini e mezzi contro di noi. Addio a tutti e a tutto, e per sempre.

   Il freddo è intenso; tra uno squarcio di sereno si vedono in cielo alcune stelle tremanti; lo scialbo chiarore di un pallido raggio di luna che si affaccia tra una nube e l’altra e il tenue riverbero della bianca distesa ghiacciata ci indicano la strada. La direzione di marcia è verso Kalmikov, la meta Meskov, e avanti, sempre avanti. Sotto i nostri passi il manto nevoso scricchiola come un vetro che si frantuma; l’arrancare è greve, la fatica tanta. Siamo oramai distanti dalla linea del fronte; solo qualche colpo di cannone e brevi raffiche di armi automatiche risuonano, distinte, nel buio della notte e nel silenzio profondo. Ogni tanto una gelida sferzata di vento sembra sussurrarci all’orecchio un triste lamento che arriva e poi svanisce lontano, lontano e ritorna piangendo vicino per poi sparire di nuovo. Forse è il grido accorato dei nostri bersaglieri morti che invano sussurrano e forte a noi ancor vivi:

   “Fratelli, restate, restate con noi; perché abbandonate la terra che noi conquistammo con il sangue e la vita? Perché ve ne andate? Perché ci lasciate? Nessuno, dopo di voi, verrà mai più a trovarci, né ci porterà un saluto, una croce od un fiore; no, no, noi spariremo nel ricordo del niente e allora perché ci lasciate? Restate con noi”.

   Il tormento di quell’angoscioso lamento che ci par di sentire tra le folate del vento ci fa battere il cuore più della fatica della marcia e dell’ansia dell’attesa che sta per finire. È una marcia estenuante, dura, stressante; lo zaino sembra pieno di piombo; le armi enormi cannoni; le munizioni e le bombe a mano grossi macigni, ma si avanza. Ogni mezz’ora viene dato il cambio a coloro che trasportano sulle spalle le armi pesanti: mitragliatrici, mitragliatori, mortai; si alternano anche i plotoni e le squadre delle pattuglie che ci proteggono i fianchi perché il loro avanzare fuori della pista è massacrante. Del 120° Artiglieria del colonnello De Simone non sappiamo più niente.

   Il morale è tutt’ora alto; il fisico, molto provato, regge bene; i nostri pensieri spaziano dalla steppa gelata alla chiesa di Meskov, da questo strano paese ad altri paesi più noti, dalle isbe a case lontane dove le mamme vegliano e pregano, le spose in ansia attendono e i figli sperano, per poi condensarsi in un unico desiderio morboso di farla finalmente finita con tutti e con tutto, in un modo o nell’altro, sempre sperando di rompere il cerchio e passare oltre.


   Attraversata la balka uno spettacolo deprimente ci attanaglia il cuore e si affaccia al nostro sguardo incredulo. Sulla destra e in avanti grossi incendi lambiscono con alte, rossastre lingue di fuoco il cielo nebbioso. Ogni tanto boati tremendi spezzano per un attimo le fiamme, che subito si riaccendono più alte e più rosse dando poi vita ad altri scoppi, a nuove e più ampie vampate. Sono i nostri magazzini e i depositi di munizioni abbandonati e incendiati; raccapricciante, demoralizzante visione di quelle ore già oltremodo tremende. Sul piano stradale e ai margini s’incontrano alla rinfusa oggetti e armi abbandonate; altri, prima di noi e con più fretta, hanno percorso la stessa pista. A sinistra, sul ciglio di un fosso, un nostro autocarro incendiato assiste, muto, alla lenta sfilata dei reparti; a qualche metro di distanza una motocicletta sembra invocare un sorso di benzina per poterci seguire. Che freddo, gente! Il breve spazio del viso, non coperto dal passamontagna, si copre di una leggera, gelida spruzzata di brina; sulla lana, all’altezza della bocca e delle narici si è invece formato uno spesso strato di ghiaccio che non si riesce a staccare dalla stoffa. Alzare o abbassare sul capo l’elmetto è un’impresa faticosa: i guanti sembrano toccare non la superficie d’acciaio ma uno strato di colla a pronta presa. Purtroppo anche le palpebre ci procurano fastidio; infatti cominciano ad indurirsi e ad appiccicarsi tra loro, segno che il termometro sta oltrepassando i trenta gradi sotto lo zero. Pure gli occhi danno noia: un bruciore li fa lacrimare e ogni tanto bisogna stropicciarli per consentire alle palpebre di abbassarsi ed alzarsi con una certa elasticità, dandoci inoltre la sensazione di sentirli gonfiare come gli occhi delle ranocchie. Primi, certi sintomi di una stanchezza che cresce e vince anche la stessa volontà di resistere degli uomini.